David Pajo + Rui Costa @ Init [Roma, 10/Giugno/2012]

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Ricordo di aver scambiato qualche parola con David Pajo qualche anno fa, credo nel 2008, in occasione della reunion degli Slint che eseguivano per intero ‘Spiderland’. Non ricordo quale fu lo scambio di battute, ma di certo è rimasto l’omino minuto e schivo che era allora, solo con qualche ruga in più e un improbabile giacchetto addosso nel bel mezzo della calura pre-estiva dell’Init. A guardarlo non diresti che quest’uomo ha scritto un pezzo importantissimo della musica alternativa dei ’90, e che in tanti gli devono moltissimo, forse senza neanche saperlo. Basterebbe fare due nomi, Slint e (i primi) Tortoise. E in effetti, è più che altro per la storia che si porta dietro che vado a vederlo, non tanto per quanto ha da offrire ora. Un po’ come quando andai a vedere Geoff Farina in versione intimisto-pallosa. Pajo è ormai un buon turnista che si mette a disposizione un po’ per chiunque e, da solo, fa un po’ quel cavolo che gli pare. D’altronde, quello che doveva fare l’ha fatto, eccome. Il temuto caldo all’interno dell’Init si fa sentire ma non più di tanto. Si sta prevedibilmente larghi, tra un pubblico che non manca di regalare tipi imprevedibili e improbabili. In nome del dio calcio e di quei due squadroni che sono Croazia e Irlanda, non si inizia a suonare prima delle 22.30 passate. Ad aprire i Rui Costa, simpatico terzetto protagonista di uno spettacolo all’insegna di cambi di ritmo, dissonanze ardite e intrecci impossibili. Math-rock, fondamentalmente, ma spinto piuttosto al di là della sua già proverbiale scarsa fruibilità. I pezzi, tutti strumentali, distraggono e divertono, anche se alla lunga la mancanza di punti d’appoggio fa venire un po’ il mal di mare. Piacevoli, comunque.

Alle 23.30 o giù di lì, come un fantasma sale sul palco David Pajo, accompagnato da Matt Jencik, già bassista di un altro gruppo storico, i Don Caballero. Col susseguirsi dei brani, si capisce che la serata sarebbe stata divisa tra quelli a nome Papa M, più evocativi e sperimentali, e quelli a nome Pajo, più intimisti e folkeggianti. Si comincia con i primi. Grazie alla provvidenziale loopstation, Pajo stratifica man mano il suono, sovrapponendo poco a poco diversi livelli fino a creare un muro di suono sospeso e riverberato, sul quale svisa e fraseggia liberamente. Lo schema rimane più o meno lo stesso per tutti i pezzi di questo genere, con Jencik che sottolinea le toniche con il basso. Effetti lì per lì suggestivi, ma provvidenzialmente interrotti proprio sull’orlo della noia con i brani più immediati e acustici della produzione a nome proprio. Ed ecco arrivare ‘Where Eagles Dare’ dal repertorio dei Misfits: una cover dolce e a mo’ di ninna nanna, a dispetto di quel “I ain’t no goddamn son of a bitch” che risuona forte e chiaro nel ritornello. In generale, la parte di concerto più acustica e improntata al songwriting (benché diversi brani siano cover) risulta più convincente e godibile rispetto a quella più “sperimentale”, forse troppo ripetitiva e pesante. La vocina rauca del chitarrista si alza flebile, appena udibile a volte, sulle note indolenti e pigre della chitarra: fossimo su una spiaggia sarebbe il contesto perfetto. Di quando in quando, si fanno strada tra gli accordi placidi e tranquilli quegli arpeggi sinistri e inquietanti che sono stati la cifra stilistica del Pajo periodo Slint: suoni cupi che stonerebbero in una situazione così pacifica, ma che si adattano invece alla perfezione, magari per la forza della suggestione. Le uniche parole scambiate con il pubblico sono una manciata di timidi “Thank you”, ripetuti una volta in più al momento di lasciare il palco. E, tra l’incredulità dei presenti, Pajo ammazza il demone del bis e non torna per le consuete encores. D’altronde, un’ora circa per un concerto di questo tipo ci può stare. Come tanti prima di lui, anche il folletto con gli occhi a mandorla ha scelto il buen retiro della folk song americana ed è inutile e forse ingiusto aspettarsi altro da lui ora. Certo è che per me rimane sempre e comunque il chitarrista dei tetri arpeggi di ‘Breadcrumb Trail’…

Eugenio Zazzara