David Gilmour @ Arena [Verona, 14/Settembre/2015]

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Ogni intelligenza artificiale che in futuro vorrà misurarsi con le arti umane, in particolar modo con la musica, dovrà passare il Test di Gilmour. L’ennesima prova della superiorità del tocco e del genio artistico si è avuta nella magnifica Arena di Verona. David Gilmour si è esibito davanti a 14000 persone, all’interno di una cornice impassibile alle generazioni che si succedono negli anni: un teatro ideale per parlare di Tempo, di Denaro, di Noi e di Loro, e più in generale della caducità e della vanità delle vicende umane. Ingresso discreto di David e la sua band, con inizio quasi al buio per ‘5 A.M.’. Il nuovo brano strumentale dell’ex Pink Floyd mette al centro della scena il vero protagonista della serata, il suono delicato ma tagliente della sua Fender. Il pezzo d’apertura del suo nuovo disco viene seguito da altre due canzoni: ‘Rattle That Lock’, omonima dell’album, e ‘Faces of Stone’. Le canzoni nuove sono un antipasto non troppo appetitoso della grande abbuffata sonora che aspetta il caloroso pubblico dell’Arena. L’esclamazione “Questa vi sarà più familiare” di Gilmour, per introdurre ‘Wish You Were Here’, viene accolta da un’ovazione, che raggiunge il suo culmine quando le casse dell’Arena diffondono lo storico mix di pezzi alla radio che tutti ben conosciamo. Come in un entusiasmante discorso in piazza, scroscianti applausi irrompono anche durante il brano, in un tripudio di passione tutta italiana che risulterà a tratti persino fastidioso. Il clima sembra quello dello stadio, e l’Arena è sold out in ogni ordine di posti, anche quelli più laterali della gradinata non numerata. Un altro scroscio, ma stavolta di monete, scatena di nuovo il pubblico: il riff di basso di ‘Money’, fra i più famosi della storia del rock, inizia a marciare con il suo incedere sincopato. La splendida e trasognante ‘Us and Them’ è ipnotica e suggestiva, con il suo languido sassofono avvolgente e il suo crescendo musicale da brividi. Il maxischermo ovale del tour di ‘The Division Bell’, presente nella scenografia, fa vedere un ragazzo di spalle, con una giacca: è High Hopes. L’intensità emotiva della narrazione chitarristica di Gilmour raggiunge l’apice con l’assolo di steel guitar, che sale dritto al cervello in modo prepotente. A essere onesti non sono mancate piccole sbavature del buon Dave con gli arpeggi acustici introduttivi, ma quel che conta è l’effetto complessivo.

Dopo la pausa di venti minuti un turbinio stroboscopico dal verde al rosso accende il palco, con la barrettiana ‘Astronomy Domine’ e la sua lunga jam di chitarre e luci tra un pianeta e l’altro. Con la magia psichedelica dell’apertura di ‘Piper at the Gates of Dawn’ Syd sembra chiederci “Non vi manco?”, e per tutta risposta Gilmour risponde con un’invocazione per il pifferaio e per il seer of visions: è il momento di ‘Shine on you crazy diamond’ e di quelle quattro note effettate fino all’eccesso, quasi fossero un boomerang di delay. La passione del pubblico sembra dover prima o poi traboccare direttamente sul palco, con un coro di 14000 voci che cantano e pregano all’unisono. L’emozione, in questo momento, appare condensarsi come nebbia di notte in pianura. Spazio anche per ‘Fat Old Sun’, uno dei pezzi che ha mostrato crepe negli acuti di Gilmour, per la riuscita ‘On a Island’ solista, ‘Sorrow’ e per altri brani del nuovo album che stentano proprio a convincere. Gran finale con ‘Run Like Hell’, trasformata in una Marcia di Radetzky rock scandita dal ritmato battito di mani del pubblico. Ne mancano due, due e mezzo, forse due e un quarto. Rientra la band, e più di una sveglia è stata puntata alle 23:30 circa, orario in cui partono gli armonici che aprono ‘Time’. L’atmosfera è estremamente suggestiva e la mente delle persone dai trenta in su va a quei ten years have got behind you che, a differenza dell’eterna Arena, sentiamo tutti sulle spalle. A ‘Time’ segue, senza soluzione di continuità come in ‘Dark Side of The Moon’, la reprise di ‘Breathe’. E poi c’è ‘Comfortably Numb’. Un coro di 14000 persone, dentro un anfiteatro romano, la grande scalata sui tasti della chitarra verso la Singolarità in cui Tempo e Spazio perdono senso di esistere. No, non ci sarà in futuro nessuna intelligenza artificiale né robot in grado di passare il Test di Gilmour. I computer potranno un giorno elaborare la combinazione perfetta di note, ma certe opere artistiche sono troppo squisitamente umane per essere superate. E, bisogna dirlo, non è stato nemmeno il migliore assolo di ‘Comfortably Numb’ della storia.

Luca Bastianelli

@Vitellozzo

Foto di Renato Begnoni

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