David Crosby @ Auditorium [Roma, 13/Settembre/2018]

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C’è stato un momento in cui David Crosby era divino! Un talento assoluto con la voce di un angelo, ma dalla natura profondamente umana ed un costante impegno sociale e politico. Un’intelligenza viva che lo ha reso protagonista, non solo musicale, della controcultura americana della seconda metà degli anni ’60. Dall’invettiva dal palco di Monterey nel 1967 contro la commissione Warren sull’omicidio di JFK, alle manifestazioni pubbliche contro la guerra nel Vietnam. L’uomo che ha scoperto, amato e prodotto una giovanissima Joni Mitchell. Uno che è presente per ben due volte nella Rock and Roll Hall of Fame, sia con i Byrds, che con il lungo sodalizio con Stephen Stills e Graham Nash. Nel 1971 ha riunito da solista gli amici intimi e ha realizzato la pietra miliare del rock californiano, quel “If I Could Only Remember My Name”, che rimarrà per sempre scolpito nella mia anima. L’amore per il mare, la sua barca e quell’idea di libertà legata alla scia dei naviganti. Una vita vissuta intensamente, da icona della scena hippie, a necessitare del trapianto di fegato per l’abuso di droghe ed alcol, fino alla detenzione per il possesso di armi. Dallo zenith alla discesa agli inferi. Ha saputo rialzarsi, riuscendo a ricordare il proprio nome e rimettendosi in gioco, mostrando una notevole dignità artistica e piazzando qua e là alcuni brani degni dei classici del passato. Ha stretto un interessante sodalizio artistico con il chitarrista Jeff Pevar ed il figlio ritrovato James Raymond, che ha scoperto essere un ottimo tastierista. Infine ha ritrovato una buona vena creativa, incidendo tre album solisti tra il 2014 e il 2017. Oggi è uno splendido settantasettenne, sereno e con lo smalto di un ragazzino. Incredibilmente è riuscito a mantenere intatta una voce cristallina e quelle splendide armonizzazioni che lo hanno sempre contraddistinto.

Alle 21:05 David Crosby si presenta sul palco della Sala Santa Cecilia accompagnato da: James Raymond alla tastiera e ai cori, Mai Agan al basso, Steve Di Stanislao alla batteria e ai cori, Jeff Pevar alla chitarra solista e ai cori e Michelle Willis alla tastiera e alla voce. La sala ha un bel colpo d’occhio e li accoglie con un fragoroso applauso. Il set prevede due parti, con una pausa di un quarto d’ora tra una e l’altra. Entra sornione con il capello lungo e baffo d’ordinanza, berretto, camicia larga, bretelle e pantalone sbarazzino. Sorride e attacca “In My Dreams” con gran classe. Per la successiva “Morrison” si toglie la chitarra e canta con le mani in tasca. Lui è al centro e gli altri sono disposti in semicerchio. Sarà che era un brano dei CPR, ma Pevar lo interpreta veramente al meglio. Riprende l’acustica ed esegue “Naked In The Rain”, dove a farla da padrone è l’incastro tra le armonizzazione e la slide guitar. Quindi prende l’elettrica ed è la volta di “Thousand Roads”, per poi compiacersi degli applausi del pubblico e parteciparvi divertito. Con “At The Edge” ritorniamo nei territori CPR, ma questa volta per una ballad suadente e delicata. A questo punto è la volta di “Guinevere” e sono brividi! Lui voce ed acustica, Pevar voce ed elettrica e la bassista con un fretless. Tra i brani si mostra loquace ed ironico. Parla di Trump chiedendoci scusa e lancia qualche allusione su Berlusconi. Il pubblico interagisce. Uno dei picchi della serata e la versione di “What Are Their Names” in coro a cappella, in cui si viene rapiti da una sorta di trascendenza. Ma sarà breve, perché una bella versione carica e graffiante di “Long Time Gone” riporta il tutto ad una dimensione reale. Il primo atto si chiude con l’invito sul palco di Marcus Eaton, chitarrista acustico virtuoso e versatile, che si unisce alla band in una versione camaleontica e rivisitata di “Dèjà Vu”. Il brano si apre ad una lunga deriva jazz reiterata, in cui tutti i musicisti si cimenteranno in un breve solo.

Dopo i quindici minuti di pausa previsti (Crosby l’annuncia dicendo che in California sarebbe coinciso giusto con il tempo di fumarsi una canna), troviamo ancora Eaton sul palco con la band, per una versione strutturata di “The Lee Shore”, che magari avrebbe meritato maggiore pathos. L’ospite si congeda. “Homeward Through The Haze” è il brano che non ti aspetti e il secondo estratto di stasera da “Wind On The Water”. Non male per carità, ma neanche eccelso, sempre affetto dalla foga dello svecchiamento dell’arrangiamento. Il desiderio di rinnovamento è notevole, per quanto a volte non ottenga il risultato migliorativo. La Willis si fa avanti, gli si pone accanto ed insieme cantano “Sky Trails”, che risulta il brano più recente del lotto. L’intimità sul palco porta Crosby a presentare il figlio e ad introdurre “Delta” con un aneddoto. Aveva grande difficoltà nello scriverlo, trovandosi in un periodo buio di totale dipendenza e se non fosse stato per l’amico e vicino di casa Jackson Browne, non sarebbe mai riuscito a terminarlo. Quindi Raymond ci dona una magistrale introduzione al pianoforte ed il brano prende meravigliosamente forma. Ancora la Willis diventa protagonista, duettando con Crosby in “Janet”, composizione che l’artista ha scritto per lei. Quindi l’atmosfera torna elettrica con “Eight Miles High”, forse il brano che più degli altri mostra le crepe di uno svecchiamento forzato. Il secondo atto si chiude con una “Wooden Ships” di lucida sostanza e di ottimo spessore. I bis fanno saltare il banco e una platea non proprio giovane si riversa sotto il palco, per dare sfogo sia all’impeto musicale che a quello social, concentrandosi anche su foto e filmini. “Almost Cut My Hair” è da antologia. Una voce semplicemente perfetta che sovrasta strati di melma, anche se le chitarre di Crosby e Pevar non sono esattamente quelle di Stills e Young. Ma poco importa. Nella conclusiva “Ohio”, tutta grinta e consapevolezza, Crosby da mattatore improvvisato, invita tutti a cantare, ottenendo risultati di vario genere, ma comunque liberatori. Abbandoniamo la sala soddisfatti dopo oltre due ore di concerto, con il pensiero che infondo ci piacerebbe invecchiare come lui.

Cristiano Cervoni