David Byrne @ Teatro Dal Verme [Milano, 21/Aprile/2009]

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Aspettiamo da più di quattro anni il ritorno in Italia del fondatore delle Teste Parlanti nonché esponente di spicco di quella che è stata l’avanguardia-pop sperimentale di fine anni ’70. Tre date italiane di cui la prima a Milano per presentare ‘Everything That Happens Will Happen Today’, secondo album realizzato col socio di sempre Brian Eno dopo il capolavoro ‘My Life In The Bush Of Ghosts’ datato 1981. Un’opera che nasce dalla volontà di David Byrne di dare “VOCE” alle melodie, alle impalcature ritmiche e musicali, alle tracce strumentali accatastate da Eno nel corso degli anni. Un album carico di influenze musicali a volte, però, troppo eterogenee e quindi difficilmente amalgamabili e che, a differenza del precedente lavoro, da molto risalto al cantato e ai cori in stile (elettro-)gospel afro-americano.

La serata è uggiosa e in molti fanno la fila all’entrata del teatro. Il pubblico è composto soprattutto da cinquantenni coetanei del visionario compositore anche se noto con piacere (e per una volta!) parecchi “nerdiani” o pseudo-tali sparsi qua e la che tracannano birra comprata al bar di fronte. Alle 21.15 una voce ci ricorda che “è necessario entrare e prendere posto in quanto il concerto sta per iniziare” e che “in caso di ritardo il posto non verrà assicurato”. C’è infatti molta gente senza biglietto che cerca invano di entrare vantando chissà quali conoscenze. Salgo di corsa le scale per recarmi in platea. Le luci a neon sono già spente e sostituite da quelle di scena; gli applausi e le grida amplificano le emozioni. Esce Byrne (in qualità di chitarrista) seguito dai suoi sette fantastici musicisti: Mark Degli Antoni (tastiere), Paul Frazier (basso), Mauro Refosco (percussioni), Graham Hawthorne (batteria), Kaissa Doumbe Moulongo, Ray Frazier e Jenni Muldaur (cori).

Sotto una doccia di flash, scherza con il pubblico invitandolo ironicamente a fotografarlo per tutto il concerto. Lo show si apre con ‘Strange Overtones’ tratto dall’ultimo album e continua con ‘I Zimbra’ dei Talking Heads. E’ proprio con questo pezzo che entrano in scena i tre ballerini (Lily Baldwin, Natalie Kuhn e Steven Reker). Ogni cosa adesso si muove; i musicisti si cambiano di posto con i ballerini. Tutti si rincorrono sul palco creando delle traiettorie definite e concentriche. Ruotano per terra e saltano, sfiorando Byrne e la sua chitarra. Da qui in poi, si alternano pezzi tratti da ‘Everything That Happens Will Happen Today’ ad altri classici dei Talking Heads come ‘Heaven’, ‘Take Me To The River’, passando anche per ‘House In Motion’ tratto dall’indimenticabile ‘Remain In Light’ e per ‘Help Me Somebody’ tratto da ‘My Life In The Bush Of Ghosts’. Concludono con ‘Everything That Happens’.

Vengono eseguiti in tutto diciannove pezzi tenendo conto anche dei quattro bis. L’acustica non è delle migliori a causa dell’ineguatezza della location scelta. Ma l’attenzione del pubblico nonché il coinvolgimento collettivo lievita progressivamente all’interno del teatro fino ad esplodere sul riff di tastiera che introduce ‘Once In A Lifetime’ e a divampare quando in ‘Burning Down The House’, David ed i suoi escono dal dietro le quinte vestiti con un simpatico tutù bianco. Uno spettacolo completo e curato nei minimi particolari che vede David protagonista o parte delle danze eseguite dai tre ballerini. Un’esibizione musicale condita dalla splendida coreografia ideata da Robbinschilds/Noémie Lafrance della compagnia sperimentale Sens e da Annie-B Parson del Big Dance Theater. Verso la fine del concerto saltano definitivamente tutti gli schemi e nessuna regola viene più rispettata dal pubblico. Gli steward smettono di rincorrere per il teatro i più facinorosi e si pongono anch’essi al cospetto di Byrne.

Andrea Rocca

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