David Byrne & St. Vincent @ Auditorium [Roma, 11/Settembre/2013]

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Sia chiaro. Mi trovo nell’austera sala Santa Cecilia dell’Auditorium, progettato da Renzo Piano nell’apparente tranquillità snob pariolina, solo per “toccare” da vicino David Byrne. Uno scozzese dal volto umano, un newyorchese d’adozione antica, uno che con il suo genio ha reso possibile la mia crescita umana e culturale. I Talking Heads tra le creature magiche dell’adolescenza (forse)(poco)(purtroppo) tormentata. Non me ne vogliano i parenti, gli amici, i fan, gli agenti, i nipoti di St. Vincent, ma David Byrne farebbe impallidire anche la sua stessa ombra proiettata su un videowall a grandezza innaturale. Tra l’odore di stanza chiusa e nel pieno del mormorio di un sold-out “annunciato”,  fa il suo ingresso sul meraviglioso palco la candida dozzina di musicisti, tra cui evidentemente si staglia l’angelo bianco Byrne, integro over-60, magnetico, leggiadro, che indossa eleganti bretelle suo unico accessorio nero, al contrario di Annie dell’Oklahoma silfide stretta in un abitino-tubino nero semplice eppur scintillante. La invidio. Di quell’invidia malsana che scaturisce solo dagli ormoni semi-impazziti delle donne tra le donne. ‘Love This Giant’, la loro collaborazione ormai superata di un anno esatto, è un disco di scrittura raffinata così istruita da risultare quasi naturalmente noiosa, inutile farsi prendere da vizi eccentrici e radicali. Eppure dal vivo il risultato non cambia. Sono infatti i classici dei Talking Heads a vibrare in maniera più decisa, in maniera più viscerale, in maniera più totale, rispetto alla perfezione d’esecuzione di brani che non prendono mai il sopravvento sull’emozione, adagiandosi in un virtuale e più consono salotto buono. Non ci sono orpelli scenografici, non siamo al circo, anche se tutti quegli ottoni potrebbero far pensare ad un’esibizione di folk nomade, magari sottratta dalle tasche di un Kusturica qualsiasi. Qui la parola “underground” fortunatamente non ha nessun significato. I tempi dei locali fetidi e sudici nei quali molto spesso si esibivano i primi Talking Heads sono ormai solo un ricordo storico, e la signorina St. Vincent era troppo piccola per accorgersi di come si svolgevano le cose reali in quelle città così distanti dalla sua piccola provincialissima Tulsa. Ma non per questo stasera manca la spettacolarità o spettacolarizzazione (se preferite) di una messa in scena poliritmica, pura essenza del Byrne artista totale, che si muove robotico e in dissociazione programmata, che aspetta la sua compagna indaffarata con quella chitarra quasi più grande delle sue forme, che gioca, che è mattatore, che diverte divertito anche quando conversa con chi là sotto continua a riprenderlo con la malefica “tavoletta”, mentre arrivano e scorrono nelle vene i pezzi sanguigni che han segnato un’epoca. L’amore verso sua Eccellenza David diventa matematicamente esponenziale e irrisolvibile anche perchè in scaletta non v’è traccia di ‘Psycho Killer’. Una “banalità” che molti si aspettavano e che invece è stata fortunatamente risparmiata ai non amanti del juke-box amarcord sempre o quasi presente in situazioni del genere. Godimento pure dunque ad ogni arrivo talkingheadsiano (come era lecito aspettarsi ‘This Must Be The Place’ “chiama” la dedica al nostro Paolo export Sorrentino), straordinari i musicisti in campo, bravissima nella sua intima scrupolosa diligenza la Clark, perfetta senza dubbio all’interno di codesta elegantissima operina musicale. Che si va lentamente esaurendo con due richiami di scena e un finale da ricordare e conservare nel cuore, ricamato da ‘Road To Nowhere’, perfetta nel condurci via chissà dove-chissà quando, mentre come in un film felliniano i nostri tornano marciando ad animare le quinte e il backstage. Razionale e onirico. Lo spettacolo di fine estate che avevo sempre sognato.

Silvia Testa

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