David Byrne @ Auditorium [Roma, 20/Luglio/2009]

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“Esiste il presente ed esiste il passato. Poi c’è anche un periodo di tempo che si trova tra il presente e il passato. Bè, quel periodo stasera lo ignoreremo”. Si tratta della migliore delle tante surreali battute che David Byrne, appena salito sul palco insieme alla sua band, ci sussurra da attore consumato nel cosiddetto momento di captatio benevolentiae. Si tratta della migliore perché ha come bersaglio nientemeno che se stesso e la sua musica. A fine concerto scopriremo infatti che il periodo ignorato dura più di 20 anni e va esattamente dal 1986 al 2007 compresi. Non verrà infatti eseguito nulla che sia stato pubblicato in questo lungo intervallo di tempo. Una voragine, un’amnesia, un vuoto. Oppure no, una sana presa di coscienza sull’effettivo (dis)valore della sua produzione solista di quel periodo, nonostante in essa non manchino diverse chicche sparse però un po’ qua e un po’ là. O anche una scelta artistica per cercare di dare un senso compiuto a una carriera ultratrentennale e forse fin troppo eclettica, cercando di imbastire uno spettacolo con un minimo comun multiplo. In questo caso il minimo comun multiplo (con esclusione solamente di qualche bis) è l’assente (ma in fondo ovunque percepibile con la sua maestosa immanenza) Brian Eno, grazie anche alla recente ri-collaborazione tra i due artisti nell’album (più che discreto secondo la mia più che autorevole opinione) ‘Everything That Happens Will Happen Today’. Verranno perciò eseguiti solamente brani in cui, in un modo o nell’altro. c’è stato lo zampino del genio britannico.

Fa una certa impressione vedere David Byrne vestito interamente di bianco (come tutti gli altri membri della band d’altronde, composta da quattro musicisti, tre coristi e tre ballerini), compresi scarpe, calzini e capelli, una sorta di Leland Palmer nella secondo serie di “Twin Peaks”. Ma va detto che è invecchiato benissimo, il suo stato di forma è eccellente, tant’è che partecipa frequentemente alle coreografie dei tre ipercinetici dancer (che tutto sommato danno un valore aggiunto con un tocco piacevolmente estroso e mai stucchevole allo show) durante la performance. Oltre all’ultimo album sopra citato (gradevoli ma poco memorabili i pezzi eseguiti esclusa forse solo ‘I Feel My Stuff’ che ne è la vera punta di diamante), i due album più saccheggiati sono ovviamente (per chi si intende di Talking Heads) ‘Fear Of Music’ e ‘Remain In Light’ (strepitose su tutte le esecuzioni di ‘I Zimbra’, complici i ballerini dispettosi e scatenati, e di ‘Houses In Motion’ seguita da due minuti di applausi a scena aperta). Il seggiolino sulla tribuna sul quale è adagiato il mio sedere è l’ideale per la maggiorparte dei brani (non poche le ballate eseguite), ma per altri, in cui vengo inevitabilmente assalito da forti scosse di musica e(t)no-funk (io che tra l’altro non ho particolari predilezioni per il funk e affini), si rivela una gabbia e vorrei fuggirne saltando e ballando in maniera scomposta sulle teste di chi mi sta davanti. Ma sono ancora una persona civile e rimango seduto. Fanno capolino qua e là anche un brano da ‘My Life In The Bush Of Ghosts’ e uno da ‘The Catherine Wheel’. Per attendere qualcosa che non abbia a che fare con Eno bisogna aspettare i bis che iniziano con ‘Take Me To The River’ (unico pezzo dei Talking Heads che mi è sempre stato insopportabile, anche perchè non è loro), dopodichè il gruppo riesce e rientra addirittura altre tre volte proponendo nell’ordine “Road to Nowhere” (com mia somma gioia, dato che questo invece è il mio pezzo prediletto), ‘Burning Down The House’ (con tutta la band che indossa un tutù) e la conclusiva ‘Everything That Happens Will Happen Today’ (ninnananna di commiato che però dal vivo non ha lo stesso impatto emozionale della versione da studio, anche per colpa della voce di Byrne ormai stremata dopo due ore).

Il concerto è finito, ora posso andare ad abbrutirmi in Piazza del Popolo dove Moby sta facendo il coglione sotto una luna gigante di gomma e davanti a centinaia di migliaia di persone e di watt. ‘Why Does My Heart Feel So Bad’ rimane però un pezzo grandioso… ma questa è un’altra storia.

Daniele Gherardi

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