David Bowie: quattro anni dopo

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1460 giorni dopo è rimasto tutto come prima. Follia solo poter pensare il contrario. David Bowie non è mai morto e questo è un altro degli aspetti straordinari che hanno caratterizzato la sua improvvisa, dolorosa, epocale scomparsa. Non ci ha mai lasciato perchè troppo grande è stato il clamore, troppo “rumorosa” l’eco, troppo imponente l’eredità artistica, troppo coinvolgente quella umana, troppo. Quattro anni dopo sarebbe da ipocriti non ricordare la mole di tributi (che abbiamo con devota passione racchiuso in un piccolo libro che ci ha dato modestamente tante soddisfazioni – The Prettiest Star), la valanga di celebrazioni, l’infinito numero di omaggi, iniziative, eventi, incontri, manifestazioni, ricordi, che si sono quasi settimanalmente (!) susseguiti da quel 10 gennaio 2016 ad oggi. Mai visto prima nulla di simile. A tutto questo dobbiamo aggiungere il record di presenze alla magnifica mostra “David Bowie Is” ospitata a Bologna (con lode degli organizzatori britannici nei confronti del lavoro del Mambo, a cui spetta la palma della migliore installazione fuori dai confini UK), il boom delle altre piccole-grandi mostre ancora adesso protagoniste in giro per l’Italia, il fermento editoriale che (non solo nel nostro paese) ha immesso sul mercato decine e decine di pubblicazioni dedicate o semplicemente aggiornate, film e documentari nuovi e/o riproposti (pensiamo ai 30 anni di ‘Labyrinth’ ad esempio), uscite discografiche tra novità (l’EP ‘No Plan‘ lanciato dal video diretto da Tom Hingston in occasione del 70esimo compleanno e corredato da tre brani nuovi), ristampe e collezioni (senza dimenticare i record di vendita e di critica di ‘Blackstar’), il mistero e la leggenda che è stata costantemente alimentata proprio nei confronti dell’artwork dell’ultimo album (tralasciando il chiacchiericcio di come e perchè sia morto, di quando e in che modo avesse saputo della malattia terminale), il musical, le curiosità private battute all’asta a Sotheby’s, la raccolta fondi partita per far erigere una statua nella capitale inglese, il tributo itinerante Gary Oldman & Friends, Celebrating Bowie at 70 andato in scena a Londra, il sontuoso docufilm “The Last Five Years” di Francis Whately, il Book Club online pensato e fondato dal figlio Duncan, la graphic novel “Bowie: Stardust, Rayguns & Moonage Daydreams” creata da Mike Allred pubblicata dalla Insight Comics, la nascita del Dublin Bowie Festival, il nuovo libro fotografico dello storico amico Denis O’Regan, la creazione dell’applicazione che riguarda proprio la splendida mostra, l’ennesimo box celebrativo (‘Loving The Alien’), il riuscito docufilm “BowieNext” di Rita Rocca, il clamoroso live show al National Space Centre di Leicester “Bowie; Oddity to Mars” (“will celebrate 1969 to 1972: a significant period of time that covered both Bowie’s experimental phase – Space Oddity to Ziggy Stardust – and the Apollo lunar landing window”) opera del professor Mark Richardson che aveva già collaborato con Bowie negli anni ’90 per la creazione di un ologramma, l’imminente (purtroppo) biopic “Stardust” con Johnny Flynn, l’opera fotografica bowiana di Masayoshi Sukita in continua esposizione italiana (toccherà a Salerno fino al termine di febbraio), insomma una febbrile quanto costante attività che sembra non arrestarsi mai, come testimoniano anche le recenti uscite (costanti, troppe, inutili, a raschiare un barile evidentemente ancora pieno). Quattro anni dopo rimane il ricordo di quella giornata irreale quando il mondo si risvegliò con la faccia dipinta come Ziggy Stardust. David Bowie continua a vivere, immutabile presenza, imprescindibile guida, gigante assoluto senza tempo e confini. E la sua storia, 1460 giorni dopo, è solo all’inizio.

Emanuele Tamagnini