Das Racist @ Akab [Roma, 20/Maggio/2011]

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Se vi dico “Combination Pizza Hut and Taco Bell” sicuramente vi verranno in mente i Das Racist, e se vi dico Das Racist penserete immediatamente a tutta quella piccola branca della scena underground statunitense che ha saputo sapientemente mescolare indie ed hip-hop dando vita ad un sottogenere che, obbiettivamente, oltre che a divertire e a far fronte a quelli che oramai sono i bisogni di ogni hipster, ha ben poco di significativamente innovativo da dare. Io, però, sono cresciuto con la convinzione di dover sempre assaggiare il piatto prima di giudicarlo, così venerdì ho ficcato la mia fidata macchina fotografica nella borsa e sono andato a sentire cosa sarebbero stati capaci di dare live questi tre ragazzi di Brooklyn. La location è l’Akab, l’ evento è il closing party FishNChips e come sempre la sala è piena già da subito.

Tutti sono in attesa del calcio d’ inizio, quando all’ improvviso i toni del djset si abbassano e dal nulla parte un coro, è ‘Who’ s that brown’ il pezzo che apre le danze ed io non faccio in tempo a girarmi verso il palco che trovo già tutti e tre i “rapper” all’ azione mentre si agitano con una padronanza del palco che gli permette di rompere il ghiaccio fin da subito approcciando al live in modo spiritoso e coinvolgente. I pezzi che seguono sono tratti perlopiù da ‘Shut Up, Dude’ e scorrono via velocemente fra bassi potenti e definiti, parole trascinate e Vazquez (in canottiera gialla e occhiali da vista vintage) che si diverte ad arrampicarsi sulle impalcature dell Akab, è il momento di “Ek Shaneesh” che ci racconta un po’ delle loro radici indiane permettendo anche al pubblico di prender parte al live cantando il “lalalala” sul ritornello. Così una birra dopo l’ altra si arriva a ‘Raimbow in the Dark’ durante la quale, la scena viene invasa da un pazzo vestito da Ian Curtis che si mette a saltare insieme a Heems ma che viene, però, subito rimandato nel sottopalco dallo stesso. Una volta che l’ aria si è scaldata per bene i Das Racist cominciano a lanciare i loro pezzi forti e cosi arriva ‘You Oughta Know’ che fa ballare e cantare il pubblico. Dopodiché si passa a pezzi tratti da ‘Sit Down, Man’ (secondo album) dove i tre ragazzi si lasciano andare completamente, i gesti e gli atteggiamenti sono quelli di normalissimi rapper, ma la musicalità e i testi ci fanno render conto del tipo di live cui stiamo assistendo. Cosi In men che non si dica arriviamo alla fine e mentre uno di loro scendendo dal palco si ferma ad imitare un tirannosauro sulle note di ‘Simply The Best’, di Tina Turner, io mi dico che, si, forse loro non avranno davvero nulla di straordinario od innovativo, ma hanno trovato la giusta strada da seguire all’ interno di una scena già talmente affollata ed in ogni caso sono riusciti a regalare un po’ di sano divertimento a me e, ne sono certo, anche al resto delle persone presenti in sala. La loro chiave è l’ ironia e sinceramente, in un momento in cui anche gruppetti nati ieri hanno la puzza sotto il naso, loro sono stati davvero una boccata di aria fresca.

Daniele Tesi

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