Darkstar @ Lanificio 159 [Roma, 16/Febbraio/2013]

568

Le luci dai colori freddi e crepuscolari, viola e blu su tutti, ammantano la sala quadrata del Lanificio di un’atmosfera raccolta e intima. L’ideale per assorbire i bassi e i droni tellurici che di lì a poco ci avrebbero investito. Un preludio calmo e informale, tra qualche bicchiere di birra, di vino e quelle tre piattaforme orizzontali, sospese su altrettante aste e sorrette allo stesso modo dai bagliori fucsia e amaranto dei fari. Tutti ad aspettare che il trio londinese James Young, Aiden Whalley e James Buttery si presenti sul palco per riempire la sala di glitch, beat e metafisici plateau elettronici. Quell’Inghilterra, più volte chiamata in causa per la salvezza della musica negli ultimi trenta o quarant’anni e ora ardentemente bisognosa di rilancio, di slancio e di ispirazione, volge stavolta verso lidi elettronici: forse non proprio quello che ci si aspettava per reinterpretare il ruolo di traino, come una volta, ma sufficiente per dire che i Darkstar, in due soli dischi, hanno già detto molto e detto bene.

Ed eccoli che finalmente arrivano, quasi alle undici meno un quarto. Disposti a piramide, come nei bei video che li immortalano dal vivo all’interno dell’Asylum, nella capitale britannica, si parte dal recentissimo ‘News From Nowhere’ con ‘Armonica’, che riporta alla vena più ritmica che il trio ha messo in mostra nel primo ‘North’. La loro è un’elettronica calda, dal volto umano, e pop, senza alcuna vergogna. James Young potrebbe forse mandare basi ritmiche preregistrate, visto che i beat sono meccanicamente regolari, ma preferisce picchiettare sul pad e riprodurli dal vivo, in onore alla verosimiglianza. Aiden si sobbarca la responsabilità della workstation più imponente, e smanetta su manopole e valvole come davanti al quadro comandi di un sottomarino. James Buttery canta e si occupa della parte melodica dell’impasto, alternando bassi tombali e vibranti, in terribile risonanza col contesto, a sequenze più medie e armoniche. Potrebbe essere il belloccio del trio, se non fosse per quel giaccone da ammiraglio che gli sta due volte più grande. Dal vivo, l’impatto sonoro della band è decisamente più coinvolgente che in studio, a conferma della bravura dei tre: la sala vibra, la pressione diventa importante, sembra che a momenti qualcuno venga costretto a uscire perché l’autonomia in termini di volume della stanza rimanga stabile. Accenni agli Air, agli ultimi Mercury Rev e persino al synth pop dei Tears For Fears sono facilmente individuabili, ma non faremo ai Darkstar il torto di derubricarli a meri ripropositori di sound già vissuti. Perché ascoltando le voci tubanti e poi sovrapponentisi del singolo ‘Amplified Ease’, insieme a quei beat incalzanti e quell’incedere avvolgente, cullante, basta per emanciparsi da qualsiasi riferimento ingombrante e determinare un proprio percorso, una personalità forte. Un viaggio in un universo sintetico, ma dolce, con quel romanticismo che sveste l’elettronica del suo scheletro di silicio e rivela le sue fattezze biologiche, il suo cuore in carbonio. E la componente pop, meglio ancora dream pop, che ammanta il tutto in un’aura di riverbero e sognante deflagrazione apporta quel plus di melodia e positività. Peccato però che, tra brani tratti dal primo album a pezzi più recenti come ‘Timeaway’, lo show dura un po’ poco: a dieci minuti alla mezzanotte è già tutto finito, senza alcun bis. Insomma, avrebbero potuto dare qualcosa di più, includendo tra le altre una bella traccia come ‘A Day’s Pay For a Day’s Work’. Invece lasciano tutto sommato un po’ l’amaro in bocca, benché lo spettacolo sia stato impeccabile e da ricordare. La bottiglietta d’acqua che continua a vibrare e oscillare sotto la pressione generata da suoni ed effetti mandati in feedback a fine concerto marca il territorio e riassume in un’istantanea tutta la serata.

Eugenio Zazzara

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here