Dark Polo Gang @ Villa Ada [Roma, 4/Agosto/2017]

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Ciao. Mi chiamo Niccolò, per gli amici Nick, ho 32 anni, ascolto soprattutto rock psichedelico e l’altra sera sono stato al concerto della Dark Polo Gang. Non per il caldo che da alla testa, né per una scommessa persa, ci sono andato perché volevo proprio andarci, per soddisfare quella morbosa curiosità ed anche perché in realtà mi stanno pure simpatici. Premetto che del loro genere, la trap, non me ne intendo molto, ma più che per una questione prettamente musicale, sono qui per il fenomeno socio-culturale che questa crew rappresenta. Lo spirito e l’approccio sono fondamentali, sarò sincero, la DPG non la prendo molto sul serio, non è roba della mia generazione, non mi riguarda, mi arriva così com’è e la accetto con tutte il suo mix di forzature, autoironia e swag. Sempre meglio dei cantautori “indie” mesti e depressi, oppure della gente che esce dai talent. Non so bene quanta gente ci fosse, credo intorno al migliaio di presenze, con espressioni contrastanti. Ho incontrato anche un paio di amici eccellenti ed insospettabili, uno è un metallaro, che ascolta pure classic rock, però è amico di Tony della DPG, quindi lo è venuto a vedere; l’altra è più avvezza a musica psichedelica, noise e sperimentale, come me del resto, ha detto di essere qui per caso, sarà. Appena ho postato una foto dal concerto su Facebook mi sono iniziati ad arrivare commenti di ogni tipo, pure insulti bonari da amici musicisti, però me l’aspettavo, l’ho fatto apposta. Il punto è che la Gang a me sta simpatica, perché è come se fossero dei meme viventi, con il buffo atteggio che hanno e si sono ritagliati un loro personalissimo universo, con il loro linguaggio, postmoderno ed a tratti fuori dalla realtà. Il pubblico si divideva a metà, sotto al palco l’età media era di 16 anni, arrotondando per eccesso, dal mixer in giù, perlopiù seduti, invece si oscillava intorno ai 50, erano i genitori. Mi ha accompagnato un amico che ha un anno o due meno di me, che per la maggior parte del tempo si è guardato intorno con aria sconvolta, mi chiedeva se secondo me i genitori avessero idea di chi fosse la DPG, come fosse possibile che avessero portato lì i propri figli… io ridevo e basta, perchè era tutto incredibilmente divertente ed aveva un’aria surreale.

Quando il concerto inizia l’atmosfera si riempie con il massiccio carico di bassi delle possenti basi di Sick Luke (lui bravo davvero), che troneggia dalla consolle dietro ai 4 alfieri della nuova leva trap italiana, che rappano su storie di cocaina, pistole, macchine costose, vestiti alla moda, accessori, troie, soldi, dolci e cuoricini. Già, dolci e cuoricini, perché all’immaginario tipico da gangsta-rap si aggiungono sprazzi di inaspettata tenerezza infantile, mista a neologismi tipici dell’era di internet, che danno vita a spassosi ossimori concettuali nei testi, uno dei miei preferiti infatti è: “Sono una piccola canaglia, sai che siamo la mafia. Porto ai piedi Jimmy Choo. Guance rosse, Pikachu. Arriva a casa, Deliveroo, Orsacchiotto come Baloo. Culo sopra un Ferrari blu. Saluto la tua troia. La saluto e non torno più” (dal singolo ‘Caramelle’, che per inciso ha vinto il disco d’oro ed è contenuto nell’ultimo disco ’Twins’). Alcuni genitori hanno un’espressione tra l’apatico e lo sconfitto, come se si stiano chiedendo dove e quando hanno sbagliato, posti di fronte all’evidenza, cioè che i loro figli stanno andando fuori di testa per questa cosa. Io invece ho ben poco da scandalizzarmi, anzi mi diverto moltissimo, anche perché ormai la musica (che va) in Italia ha da tempo preso una piega che non sento più mia e con questa cosa ci ho fatto i conti almeno da 5 anni, quindi quando sento parlare male della DPG da parte di addetti ai lavori che promuovono o hanno promosso proposte scadenti spacciandole per arte, o musicisti chiusi da decenni nel loro guscio di sterile autoreferenzialità, penso “Vi sta bene. Ve la meritate la Dark Polo Gang”. Chiacchierando con altri conoscenti vengono fuori discorsi tipo “Beh però se ci pensi pure i Beatles ai tempi venivano boicottati dai benpensanti e Elvis ancor prima di loro…” allora io rispondo “Quindi mi stai dicendo che alla fine avevano ragione i bacchettoni all’epoca? Perché col senno di poi avrebbero dovuto fermarli per non farci arrivare a questo… Perciò se ci sta la Dark Polo Gang è colpa di Elvis e i Beatles…!” poi ovviamente scoppiamo a ridere. Ricordo che quando avevo 7 anni mia madre non voleva che ascoltassi gli 883 perché dicevano le parolacce, poi che a 15 io e tutti i miei amici eravamo in fissa con Eminem nonostante i testi omofobi e sessisti, queste cose sono cicliche e generazionali, inutile opporsi, si ottiene solo l’effetto contrario, verrà la maturità e porterà con sé degli ascolti (forse) migliori, ora però questi ragazzini che sono qui vogliono ascoltare quello che dice la “GVNG” ed essere come loro, tutti gli altri sono bufu. Proprio così, perché un’altra cosa in cui la DPG eccelle è infatti quella di riuscire a creare uno scudo per sé stessa e i loro “piskelletti dark”, fatto di frasi come “siete la nostra famiglia” o “non date retta a chi vi critica, sono solo bufu invidiosi” ed il più virale “la gang non si infama”, facendo sentire protetti i fan da tutto e tutti. E funziona. Quando Sick Luke (che per chi non lo sapesse è figlio di Duke Montana, pezzo da ’90 della scena rap underground romana, che ha collaborato anche con Club Dogo, Fabri Fibra e Noyz Narcos) toglie momentaneamente il volume ai beat per far cantare il pubblico si può sentire chiaramente come tutti conoscano i testi a memoria. Sul palco Wayne, Side, Tony Effe e Pyrex tengono la scena anche piuttosto bene e per quanto la tecnica del flow non sia, notoriamente e per scelta, il loro pezzo forte, la resa dal vivo è fedele alle versioni in studio dei loro brani. D’altro canto a quanto ho capito la trap sta al rap come il punk stava al rock’n’roll, quindi la  mancanza di un certo tipo di tecnica non è per loro assolutamente un problema, anzi, una caratteristica presto diventata bandiera della gang è il fatto che spesso non chiudono le rime, ma non frega nulla a nessuno. Allo stesso modo le tematiche dei testi, molto povere di contenuti, sono un altro tratto peculiare che da loro forza e non rappresenta un limite. Sì lo so che sembra assurdo, ma io sto solo raccontando quello che ho visto. La performance dura all’incirca 45 minuti e quando finisce nessuno si lamenta per la durata, i momenti più alti sono stati scanditi dai cavalli di battaglia che risuonano già come inni: “Magazine”, “Caramelle”, “Spezzacuori” e soprattutto “Sportswear”, in cui il tema ridondante è sempre che i soldi sono Dio e tutto è finalizzato a quello. Noto però anche tantissimi riferimenti a rockstar a me care, personaggi che probabilmente tutti questi ragazzini nel pubblico ignorano, o forse no e io sono solo supponente, o magari sì però forse si incuriosiranno sentendoli citare nei testi e si andranno ad informare volendo capire i riferimenti, chissà, fatto sta che la Gang con nonchalance tira in ballo in ordine sparso Keith Richards così come Marilyn Manson, passando per Kurt Cobain e addirittura Eric Clapton, in maniera puramente accessoria si intende, ma tant’è. “Siamo la moda, siamo la mafia” è uno dei motivi che ritorna con più insistenza, lo ostentano come una medaglia, come chi ha capito qualcosa in più rispetto a quelli che invece ancora si illudono che l’Italia abbia la musica tra le proprie eccellenze. Macché. Per cosa è conosciuta del resto l’Italia fuori dai propri confini a parte la cucina? Moda e mafia, eccoci qua, tutti i nodi vengono al pettine. Non lamentatevi, questo è. La Dark Polo Gang lo ha capito, ci sguazza e fa bene, i numeri parlano per loro e non è che i numeri valgono solo per avvolorare il successo di Vasco Rossi eh, o tutti o nessuno. Eskere! (E se non sai che significa sei un bufu!)

Niccolò Matteucci

Foto dell’autore

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