Daniel Johnston @ Piper Club [Roma, 23/Aprile/2012]

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Al Piper si presenta uno dei più importanti ed influenti artisti della generazione X, Daniel Dale Johnston. Americano, amante dei Beatles e dei fumetti, sembra essere (e a tutti gli effetti lo è) il padre “spirituale” del movimento underground statunitense a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Una discografia corposa composta nella quasi totalità da ballate scarne ed essenziali, in un certo senso infantili, quasi scanzonate. Rappresentano il mondo di Daniel, un mondo costellato da illusioni e crisi (la storia di un amore non corrisposto, quello di Laurie), dai fumetti della Marvel e dalle canzoni dei Beatles. Un vero e proprio mondo in cui Daniel riversa tutto se stesso (non a caso la raccolta dal nome ‘Welcome to my World’), rendendolo supremo baluardo del lo-fi sia per quanto riguarda la qualità delle registrazioni sia l’esecuzione tecnica (perché diciamocelo chiaramente, Daniel non sa cantare e non sa suonare né la chitarra né il piano né l’organetto). Una discografia che fa della spontaneità il punto cardine attorno al quale ruota tutta la vita dell’artista. Perciò lunedì sera al Piper questo ci si aspettava, un concerto scarno, essenziale, intimo, ed incredibilmente spontaneo.

Il concerto comincia nel migliore dei modi: una grande presa per il culo a tutti quelli che hanno dovuto spendere 20 euro per assistere al concerto di un obeso tremolante che non sa né cantare ne impugnare una chitarra. Momenti di pura estasi, insicuri ed incespicanti, durante i quali Daniel Johnston flebile come una piuma (nonostante la sua stazza) si dimostra per quello che è e che è sempre stato, un bambino insicuro mai cresciuto. Sì, meraviglioso. Peccato che dopo questi dieci intensi, emozionanti minuti, salga sul palco una band composta da ben due chitarre, basso, batteria e tastiere. Da qui in poi lo scenario cambia: si accendono le luci, mille colori attraversano la sala, gli amplificatori si ergono al disopra di tutto e il pubblico comincia a muoversi. Per intenderci: durante ‘Speeding Motorcycle’ ho visto con i miei occhi un marasma di gente ballare e tenere il tempo con le mani. E non se ne poteva certo fare a meno, visto il pestare del batterista e l’incedere gagliardo e molto, molto, molto ganzo di tutta la band. Insomma, quello che doveva essere un concerto intimo e spontaneo, scarno ed essenziale, si è trasformato in uno show da arena arricchito da riff, assoli e luci colorate. La timida voce di Daniel era totalmente oscurata dalla potenza degli strumenti, il suo piccolo/grande mondo spazzato via da un paio di power chords. Un’ora neanche di concerto durante il quale si cerca di trasformare Daniel Johnston in Luciano Ligabue, un’ora durante la quale nessun brano è stato risparmiato: tutti sono stati presi a calci, pompati all’inverosimile, totalmente snaturati. A quel punto non si impossessa di me la delusione, non vengo sopraffatto dall’amarezza. No, a quel punto mi incazzo proprio. E non basta la splendida encore ‘True Love Will Find You In The End’ (eseguita solamente con due chitarre) a rimettere le cose a posto. Ormai la ferita al cuore è stata aperta, e sanguina copiosamente. Una volta uscito dal locale accendo l’iPod, cerco Daniel tra gli artisti e lascio partire tutto ‘Songs Of Pain’. Dio santissimo, non avrei mai voluto andasse a finire così.

Stefano Ribeca