D’Angelo @ Auditorium [Roma, 6/Luglio/2015]

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3 album in 20 anni possono apparire pochi(ssimi) agli occhi di chi è abituato a vedere la carriere discograficamente iperproduttiva dell’artista medio. Eppure, già bastaroni i primi due dischi ‘Brown Sugar’ (1995) e ‘Voodoo’ (2000) per permettere a D’Angelo di entrare nell’Olimpo della black music di tutti i tempi, tra i pochi nomi contemporanei a poter essere ragionevolmente annoverato in una schiera di divinità musicali come Marvin Gaye, Al Green o Sam Cooke (per fermarsi ai primi che ci vengono in mente). Il ritorno, meno di un anno fa, con il terzo disco ‘Black Messiah’ – pubblicato a nome D’Angelo and The Vanguard – ha riportato in auge un artista mai dimenticato, confermando che ne è valsa la pena attendere ben 14 anni per poter finalmente riascoltarne inediti. Il Messia Nero – al secolo Michael Eugene Archer – è vivo, vegeto e in forma sia fisica sia vocale. Imperdibile quindi la data romana all’Auditorium di Renzo Piano, in un luglio che vedrà succedere a D’Angelo – a distanza di una settimana esatta – il concerto di Lauryn Hill, altra campionessa di quello che a metà anni ’90 fu definito neo-soul, in una sorta di triade completata da Erykah Badu. Discreto il numero dei presenti equamente divisi tra parterre e tribune, per quanto uno show del genere avrebbe certamente meritato di più. La band che accompagna l’artista della Virginia, composta da dieci elementi schierati sul palco a mo’ di orchestra, annovera nelle sue file musicisti del calibro di Chris Dave (batteria) e Pino Palladino (basso): praticamente la miglior sezione ritmica in circolazione. Non è solo il torrido caldo del luglio romano ad arroventare il pubblico: l’esecuzione – ça va sans dire – è senza macchie, il groove di ogni singolo passaggio è travolgente e istiga buona parte dei presenti ad alzarsi in piedi sin da subito, la voce di D’Angelo è stupefacente e ammaliante. Cambi d’abito e di copricapo inframezzano i brani, per buona parte estratti dall’ultimo album. I pezzi stessi vengono allungati nella durata e subiscono mutazioni nella struttura, al punto che dopo un’ora di concerto la scaletta conterà solo otto canzoni. Le statistiche, però, le lasciamo volentieri a quei pochi che hanno assistito allo show seduti, magari disdegnando chi si è lanciato nelle danze, o a chi ha cantato quel coro “Nino, Nino” – in riferimento al cantante napoletano – che, francamente, ha stancato immediatamente. Uno spettacolo come quello di D’Angelo non può essere costretto in una mera elencazione di pezzi o in dettagli tecnici da riccardoni (nonostante di considerazioni musicali in senso stretto potremmo farne a bizzeffe). Nel concerto dell’americano c’è il cuore di decenni di storia della musica: un incrocio travolgente tra soul d’annata e contemporaneo, discrete dosi di elettronica, jazz, funk, il rock di Jimi Hendrix. C’è anche una buona componente di divismo e coattaggine, testimoniata ad esempio dalla delicatissima scritta “D’Angelo” in simil-gemme su una delle sue chitarre. Chiamiamola cultura urban, se vogliamo, ma il Messia Nero può davvero permettersi tutto ciò che gli pare: avrà sempre ragione lui. La lunga chiusura, affidata alla storica ‘Untitled (How Does It Feel)’, è climax musicale ed emozionale di uno spettacolo incredibile: la black music incastonata nell’esecuzione di un solo, singolo brano. Apice inaudito e unico per intensità, con tutti i musicisti che, poco alla volta, lasciano il palco al solo D’Angelo il quale, dita sui tasti bianchi e neri del pianoforte, fa scendere il sipario tra gli applausi di un pubblico accaldato e caloroso, verso cui più volte si è allungato stringendo mani o schiacciando il cinque. L’apparizione di un Messia non era mai stata così sexy.

Livio Ghilardi

Foto Fabio De Marco

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