Damon Albarn @ Auditorium [Roma, 15/Luglio/2014]

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Un report scritto col cuore non può che partire da un abbraccio. In sottofondo c’è ‘End of a Century’, hit dei Blur e primo tra i brani di un encore che si rivelerà essere il più folle a cui abbia mai assistito. Damon è al piano e adatta il ritmo a questa versione che non ha il classico accompagnamento di Graham, Alex e Dave. La folla canta all’unisono, con tale foga e velocità da sovrastare la voce di Albarn ed anticiparne le strofe. Poi il pezzo finisce. Sotto il palco c’è un ragazzo che freme, toccato com’è da una frase che ben conosce, “the mind gets dirty when you get closer to thirty”. I trent’anni che ha appena festeggiato gli fanno fare un pensiero sporco, come il pavimento di un palco. Si solleva sulle braccia, poggia le ginocchia accanto ad una cassa e corre freneticamente verso il suo idolo d’infanzia, che coincide con quello dell’età adulta. Lo abbraccia con calore, contraccambiato col sorriso, gli dice tutto quello che anni di ascolti gli hanno fatto venire in mente, incassa un “Thank You” e un “Grazi Rromma”, poi viene preso per il colletto della Fred Perry dal bodyguard e rimesso al suo posto (GUARDA). Qualche ora dopo quel ragazzo tornerà a casa, e scriverà questo report.

Ci avviamo verso la venue a metà pomeriggio, con l’adrenalina in circolo che contrasta col sonnacchioso traffico capitolino di un comune giorno feriale. Assistiamo a incidenti, rallentamenti, litigi tra automobilisti. Tutto nella norma. Ma che ne sanno loro che per noi questo giorno, da mesi, aveva un quintuplo cerchietto rosso sul calendario? Biglietto acquistato subito dopo la messa in vendita, più per scrupolo che per necessità, nuovo album fuso a forza di ascolti così ripetuti da annoiare i vicini di casa, mesi di attesa che non passano mai, nonostante il tempo scorra per definizione via veloce. Arriviamo all’Auditorium alle 18 in punto, per incontrare amici vecchi e nuovi, tra cui quelli della pagina Facebook Blur Italia, messa su in un periodo nel quale di quella band e dei suoi affini si parlava spesso quanto un vegetariano mangia bistecche. La speranza di tutti è quella di incrociare Damon, per un autografo o una foto, tentando, nel nostro caso, di ripetere il magico ed estremamente fortunoso incontro avvenuto lo scorso anno a margine del live romano dei Blur. Verso le 20:30 siamo dentro e ci posizioniamo in massa sotto il palco, sperando che il personale dell’Auditorium non sia troppo zelante. Lo sarà, intimandoci di sedere fin quando l’artista non chiederà di avvicinarci, se lo farà. Beati loro. Quando una decina di minuti dopo le 21 Damon farà la sua apparizione, una forza magnetica ci attirerà in blocco verso la quinta. Come sfondo c’è un grande telo nero su cui campeggia in bianco una stella a sette punte, un eptagramma ottuso per la precisione, che nell’esoterismo occidentale simbolizza la capacità di esprimere l’Amore Divino, dandogli durata e stabilità, vincendo gli ostacoli che si frappongono alle buone intenzioni. Più prosaicamente, al banchetto del merchandising, nel pre concerto, questo simbolo verrà scambiato, da una signora che passava di lì per caso, con la stella di David. Seguirà un corollario di polemiche sulla pericolosità e l’immoralità di vendere materiale con quella effige.

Evviva i matti. Torniamo al palco, dove oltre al frontman saliranno altri quattro elementi, gli Heavy Seas, che si occuperanno di chitarra, basso, batteria e tastiere. Al centro, di taglio rispetto al pubblico, è presente un piano, al quale Albarn ricorrerà spesso e, a giudicare dal sorriso con il quale lo farà, ben volentieri. L’apertura è con ‘Lonely Press Play’ ed ‘Everyday Robots’, entrambi tratte da quello che è stato erroneamente (furbescamente?) definito il suo primo lavoro da solista, mentre in realtà è soltanto il primo a riportare la sua anagrafica in copertina, se vogliamo escludere l’opera teatrale ‘Dr. Dee’. Nel corso degli anni abbiamo ascoltato una grande mole di progetti gestiti più o meno in toto dall’Essex boy, e questo live ne sarà la summa. Dai brani dei Gorillaz, con i quali ha ammesso che farà almeno un altro album, fino a quelli dei Rocket Juice & The Moon (trio composto con Tony Allen e Flea dei Red Hot Chili Peppers), passando per The Good, The Bad & The Queen (Paul Simonon, Simon Tong ancora Tony Allen), titolo di un album prodotto da una band senza nome che a nostro parere rappresenta lo zenit nella produzione di Albarn, fuori dalla band che lo ha portato al successo planetario. Sul palco ci sarà spazio anche per i coristi, vera e propria passione di Damon, l’armonica, suonata dallo stesso frontman, e per un trombettista che entrerà in scena per ‘Hollow Ponds’, altro brano tratto dall’ultima fatica in studio. Il live scorre veloce ed emozionante, con Damon che ci battezza con le sue iconiche bottiglie d’acqua e ci fa sfogare cantando a squarciagola ‘Out of Time’, uno dei pochi ripescaggi dal repertorio Blur. Gli arrangiamenti della gran parte dei pezzi risultano essere molto più aggressivi di quanto potevamo immaginare, mentre i brani di ‘Everyday Robots’, più riflessivi e poetici, ci lasciano pensare al passato dell’artista, dal quale ha attinto a piene mani per delle liriche che affrontano temi molto personali. Queste storie verranno arricchite da aneddoti, come quando deciderà di raccontare che il suo legame con l’Italia ha origini romantiche, visto che il suo primo bacio, all’età di dodici anni, è avvenuto sulle sponde del lago Trasimeno. Per quanto riguarda acustica e suoni non possiamo dire molto, il palco era circumnavigato dai fan e le casse poste in terra coperte dai nostri corpi, quindi sotto il profilo dell’esperienza prettamente musicale non possiamo dirci soddisfatti, peraltro a causa del nostro stesso desiderio di assistere allo spettacolo da posizione super ravvicinata. Ma le emozioni che ci sono state regalate con l’arrivo dell’encore, dalla già citata ‘End of Century’ in poi, non sono seconde a quelle di alcun live a cui abbiamo assistito in precedenza. Dopo una ‘Clint Eastwood’, hit dei Gorillaz suonata in maniera davvero rock, Damon inviterà tutti, e dico tutti, a salire sul palco. Stavolta non lo faremo per primi, frenati della potenziale reazione del tizio della security che ce le aveva promesse mentre ci rimandava al nostro posto dopo l’invasione. Per primi no, ma per quarti sì. Il palco sarà stracolmo di gente e Damon continuerà a cantare, mentre tutti lo abbracciano, baciano, gli mettono cappelli e occhiali da sole in testa ed alcuni fan cadranno all’indietro sulle casse, con un effetto domino che ci coinvolgerà strappandoci una risata. Incontreremo anche Piero, nostro collega qui su Nerds Attack! e compagno di mille scorribande concertistiche e bluresche. È l’anarchia. Ed è bellissimo. Al termine del brano ci verrà intimato di scendere, ma prima di tornare al nostro posto non potremo fare a mano di sgraffignare una setlist fissata a terra, la stessa che vedete a fondo pagina. Siamo soddisfatti, appagati, increduli, tutti parlano con tutti per rendersi conto di qualcosa che sembra troppo folle per essere vero. Andremmo anche via, con una storia da raccontare ai nipotini. Nessuno avrebbe niente da ridire se il concerto venisse dichiarato concluso. Ma qui si vede la differenza tra una rockstar che ha fatto la storia e tutti gli altri, onesti mestieranti. Damon torna, e con lui la band, per concludere la scaletta prefissata. C’è l’allegra ‘Mr. Tembo’, la dimenticabile ‘Don’t Get Lost in Heaven’ dei Gorillaz ed il gran finale con ‘Heavy Seas of Love’, in parte cantata dal pubblico, un dato che quantifica la dimensione del successo di un brano pubblicato soltanto tre mesi fa. Ora potremmo davvero andare via, ma a nessuno va. Ci daremo appuntamento all’esterno della Cavea per continuare a commentare il concerto e contare graffi e lividi. Ci fermeranno decine di sconosciuti di tutte le età, per complimentarsi del nostro gesto che ha dato il via al delirio. Warhol aveva proprio ragione, quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno. Se invece vi chiedete perchè la fama di Damon Albarn continui da venticinque anni, la risposta è tutta in questo live.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

Foto, scaletta e invasione di palco dell’autore.

damon

2 COMMENTS

  1. io ad Andrea Lucarini ci voglio bene. Ma mi aveva promesso che avremo invaso il palco su Heavy Seas Of Love sapendo che sarebbe stato l’ultimo pezzo in scaletta. Poi l’ho visto andar ad abbracciare Damon dopo End Of Century e l’ho odiato tanto tanto. Poi però son finito sul palco anch’io in quel delirio. Prima, richiamo professionale, ho aiutato i tecnici disperati rialzando un paio di mic e aiutando un altro roadie col cavo del mic di Damon. Infine mi son fatto strada nella selva dei corpi, son arrivato a Damon praticamente immobile nel delirio di abbracci e gli ho dato un paio di schiaffetti urlando “bello Damon, beeello!”. E poi ho ripensato che Lucarini lo conosco da tre anni, l’ho conosciuto perché andavamo entrambi a vederci i Blur nel “Cittadine del cazzo d’Albione pre-Olimpiadi minitour 2012” e in tre estati abbiam visto Damon Albarn su un palco per tre volte, con e senza Blur. La prima volta Damon Albarn mi ha sparato in faccia, issato sul pubblico e su di me, l’urlo a metà di Trimm Trab, l’anno scorso io e Andrea l’abbiamo stanato nel post concerto con una freddezza da bounty killer tedeschi vs. signora Fleccier, ora tutto questo. Lucarini c’era quando io ho invaso il palco per Johnny Marr. Indossavo una maglietta dei Blur. Ieri io ho visto Lucarini invadere il palco e indossavo la maglietta di Johnny Marr. Coincidenze? Io non credo. Tutto questo ha senso? Ovviamente no. Ma ci stiamo già preparando per l’anno prossimo: Damon, non ti libererai di noi. E neanche quell’altro grassone vegetariano di nome Steven Patrick. Noi vi osserviamo (e mentro lo scrivo mi avvicino indice e medio della mano destra agli occhi e poi allo schermo). Ti voglio bene Andrea.

    P.s. comunque io son finito su Repubblica, ahahah! 😀 http://video.repubblica.it/edizione/roma/roma-invasione-di-fan-sul-palco-al-concerto-di-damon-albarn/172513/171063

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