Damon Albarn @ Casino de Paris [Parigi, 12/Novembre/2014]

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I regali, quando si è appena nati, sono uguali per tutti. Biberon, passeggini, corredi, bavaglini. Poi si cresce, e in vista della ricorrenza da festeggiare, si inizia a lanciare messaggi più o meno diretti per ottenere qualcosa che si desidera. Di solito non si riesce nell’impresa, ma pian piano, col passare degli anni, si cresce, fino a definire la personalità e rendere edotte le persone care sulle proprie passioni e sui propri gusti, aiutandole in questo modo a trovare la strada veloce verso un dono gradito. Se poi l’età che si raggiunge è una cifra tonda, è probabile che i regali possano essere più memorabili di altri anni, come un viaggio nella città da voi ritenuta la più bella d’Europa, corredato da un concerto del vostro artista preferito. Quello al quale, per inciso, avete invaso il palco quando è venuto a trovarvi nella vostra città natale, guarda caso, qualche giorno dopo il vostro compleanno (video). E, come sempre nella vita, il cerchio si chiude.

Parigi ci riempie gli occhi, monumentale come al solito. Il clima è mite, la pioggia quasi assente, i quartieri recentemente riqualificati e giunti alla ribalta, dapprima ci incuriosiscono e poi ci soddisfano. Il soggiorno dura quattro giorni e torneremo con una montagna di biglietti da visita. Da queste parti l’abitudine di lasciarli contestualmente all’addition è molto radicata ed altrettanto gradita. Si cena nel vivace quartiere di Belleville, si fa shopping e il pieno di dischi al Marais, una zona dove il retrò è gomito a gomito con la modernità, ci si rilassa nei cafè, si va nei locali di Oberkampf, arteria che da sola dà più alternative per le serate alternative rispetto a tutte quelle della nostra città di provenienza. La metro copre tutta la città e funziona alla grande, eccezion fatta per un pomeriggio in cui le forze dell’ordine decidono di manifestare in Place de la Republique, brandendo fumogeni (!), diffondendo le note dei Nirvana (!!) e rendendo necessaria la chiusura di alcune fermate dell’underground. I francesi sono più accoglienti ed amichevoli di quello che ricordavamo e, anche se la città resta la più cara tra quelle da noi visitate, non ci pentiremo di un solo centesimo speso. Concluso lo spot, gratuito quanto non necessario, per la città della torre di ferro, torniamo al motivo principale del nostro viaggio. Martedì sera, in un orario che nei patrii confini sarebbe quello dell’aperitivo, giungiamo al Casino de Paris, la location con il nome più fuorviante della storia, visto che è stata sempre e soltanto un teatro e non una sala in cui praticare il gioco d’azzardo. Sul marciapiede di fronte all’ingresso di Rue de Clichy, una via stretta e a senso unico, c’è un notevole agglomerato di persone che fumano, vendono biglietti e distribuiscono volantini di altri eventi musicali che si terranno di lì a poco. Quest’ultima categoria di individui ci sorprenderà per l’ardore con il quale si impegnerà nel loro modesto lavoro, tanto da far venire il dubbio, alla nostra ironica accompagnatrice, che vengano pagati a cottimo. Dopo esserci informati sull’orario di inizio dell’evento, inserito nel programma del festival itinerante Les InrocKs Philips, sponsorizzato appunto dalla rivista Les Inrockuptibles e dal settore headphones della Philips, consumeremo un pasto frugale, ma non per questo meno delizioso, a base di formaggi, salumi e vini locali. Poi, dopo aver nuovamente schivato l’attacco, sempre più simile a una persecuzione, degli uomini dei volantini, ci tufferemo nel teatro, molto elegante, con il rosso e l’oro come colori dominanti. Salterà all’occhio la presenza dello champagne, nella lista delle bevande disponibili nei due bar della hall, ma propenderemo per una birra, che fa più Blur. Un passo dentro il parterre della sala concerti et voilà, notiamo che c’è già il pienone. Un momento di silenzio, un secondo di rimorso per aver pasteggiato amabilmente invece di assicurarsi un buon posto, e si parte col piano b. Sfruttando un corridoio laterale riusciremo a prendere posto in prima fila, senza dover dire pardon a nessuno, visto che nessuno stava occupando quella zona. Punizione per la nostra fortuna sarà quella di doverci sorbire un opening act tra i più insopportabili di sempre, i Moodoïd. La terribile band, i cui membri hanno i volti truccati d’argento, riscuoterà un buon successo tra i francesi, scatenando invece in noi pensieri suicidi, a causa dei loro brani che sono un riassunto di tutti i (pochi) generi musicali che odiamo. Passeremo il tempo guardandoci intorno, avendo così modo di notare che il parterre è pieno, nonostante non ci sia la calca che siamo abituati a vedere nei concerti di successo in Italia, e che la stessa sorte è toccata alla galleria, non molto capiente, ma anch’essa sold out. Quando i Moodoïd ci libereranno dal male, ovvero dalla loro presenza, salirà sul palco una cantautrice inglese della quale non riusciremo a carpire il nome. Con due brani voce e chitarra ci allieterà nei dieci minuti precedenti l’ingresso dell’headliner, suonando davanti al sipario chiuso. Quando si aprirà, noteremo sullo sfondo del palco la grande effige che Albarn ha preso come simbolo in questa sua avventura solista: l’eptagramma bianco su sfondo nero. Al momento dell’ingresso di Damon e degli Heavy Seas (questo il nome della sua band) ci sarà entusiasmo, ma minore rispetto a quello che ci aspettavamo. I francesi, qui e nel corso di tutto il live, si dimostreranno tiepidi nei modi, ma i loro volti tradiranno una certa emozione. Il live sarà inaspettatamente molto diverso rispetto a quello romano: pochi sorrisi, molte facce cattive e tante pose da rock ’n’ roll band. Sin dalla partenza, con ‘Spitting Out The Demons’, brano duro (eseguito in maniera ancora più dura) del repertorio Gorillaz, si noterà un sacro fuoco negli occhi degli artisti e una gran voglia di spaccare tutto. Jeff Wootton ci liscerà un paio di volte con la sua chitarra, la farà suonare a una ragazza francese nostra vicina di posto, le darà un bacio in testa e lancerà poi il suo strumento dietro le quinte, come fosse un giavellotto, prima di uscire al termine della setlist regolare, conclusasi con ‘All Your Life’, b-side dell’era ’13’ dei Blur. Sarà una scheggia impazzita e toglierà spazio e scena a Damon, che dovrebbe ricordargli a nome di chi è il progetto per cui sta suonando. Da par suo Albarn procederà col rito del battesimo dei presenti, rovesciando il contenuto di mille bottiglie d’acqua sulle teste dei fan e dei tizi della security, tra cui il suo angelo custode Smoggy, che lo sorreggerà quando si metterà a cantare in bilico sulla transenna, buttandosi all’indietro più di quanto necessario, provocando un po’ di disappunto sul volto della roccia su cui si poggia. Ci saranno parole dolci per Parigi (“If I wasn’t such a londoner, I’d live here”) e molti arrangiamenti dei finali dei brani modificati ed accorciati rispetto all’ultimo live, in alcuni casi sembrando tranciati, segno che si è deciso per un approccio con meno fronzoli rispetto alle prime date del tour, nelle quali si cercava di avvicinarsi a un’orchestra. Non mancheranno gli episodi più armonici, come ‘End of Century’ (no, stavolta non abbiamo fatto invasione, la security francese era ben organizzata ed all’apparenza molto cattiva), dove Damon si siederà al piano e verrà accompagnato da un trombettiere, presente anche in ‘Hollow Ponds’, e gli episodi in cui verrà inserito il coro che lo segue quasi ovunque, probabilmente anche per strada quando va in giro in bici per le vie di Londra. Non mancheranno le chicche, come il brano ‘Sunset Coming On’, tratto dall’album world ‘Mali Music’ e suonato live soltanto una volta ben undici anni prima, in Spagna. Al termine del live la band nella sua interezza si porterà sotto il palco per un ringraziamento stile teatro, prima di sparire dietro le quinte. Noi invece resteremo un po’ a goderci l’atmosfera del Casino, mai visto a luci accese prima d’ora. Dopo averne carpito l’essenza ne usciremo, soddisfatti ed appagati. Fumando una sigaretta di fronte alla venue, noteremo che dalla parte opposta della strada si stanno verificando movimenti sospetti da parte di un paio di Mercedes troppo lucide per essere lì per caso. Ci sono una ventina di fan, molto composti, ad attendere gli artisti, ma sono contenuti da uomini della security con divise rosse e facce da duri. Noi decideremo di posizionarci lontani dalla folla e vicino alle berline, sperando che il nostro processo mentale non faccia cilecca. Così sarà: ci scorreranno a fianco il filiforme chitarrista/bassista Seye, che si infilerà in macchina con una cassa da 24 birre, Jeff Wootton che riceverà gli urletti delle fan, ringraziate con un inchino, Pauli il batterista, finalmente con la maglietta, e Mike Smith, il tastierista, con l’atteggiamento di un Mike Smith qualsiasi. Inf
ine, qualche minuto dopo, mentre il freddo ci attanaglia e la tensione tra i fan è ormai palpabile, ecco Damon, con il suo angelo custode Smoggy a guardargli le spalle. Deciderà di fermarsi per qualche autografo e ci dedicherà qualche secondo, lasciandoci il tempo di donargli la spilla di Blur Italia (fan club molto attivo nei tour e su Facebook) e di accettare di posare per una foto con noi, allargando il suo iconico sorriso. Poi il clima idilliaco verrà interrotto da una stalker, in evidente stato d’ebrezza, che gli si tufferà al collo, sotto gli occhi della moglie, e finirà per rompere il calice di vino rosso che teneva tra le mani. La ragazza verrà portata via senza troppi complimenti da un energumeno, The Genius salirà in macchina e l’autista andrà via sgommando, mentre a terra resteranno i vetri del bicchiere e alcuni poster con la data sbagliata lasciati lì da un venditore ambulante poco paziente. Noi potremo immergerci nuovamente nella Ville Lumière e ritenerci soddisfatti dei festeggiamenti, conclusi decisamente Out of Time, ma con il nostro artista preferito che, a sua insaputa, vi ha partecipato molto attivamente.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

Foto dell’autore

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