Damo Suzuki's Network @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Gennaio/2011]

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Mettiamola così: alla fine del primo “pezzo”, son convinto di aver sentito due parole, praticamente una rima “Voice / Noise”. Certo, devo sembrarvi ammattito dato che se avete una minima conoscenza del personaggio in questione, probabilmente vi sarete chiesti anche voi qualcosa del tipo “Ma che cacchio dice quando canta?!”. Eppure, credo che quelle due parole sintetizzino per bene la serata, semplicemente. La voce, ovviamente, è quella di Kenji “Damo” Suzuki anzi “Damo Suzuki dei CAN” come sento dire il 99% delle volte. Ecco, a me piace molto Damo Suzuki, adoro la sua filosofia ”Create time and space at the moment!” che caratterizza i suoi concerti. L’ho visto all’opera tante volte e con diversi musicisti: gli Acid Mothers Temple, Omar Rodriguez-Lopez, Joe Lally. E Xabier Iriondo. Che, tornando alle due parole di prima è il “Noise”. Ecco, a me piace anche Xabier Iriondo, tanti suoi progetti, dai dischi con gli Afterhours agli Uncode Duello passando per gli A Short Apnea. Soprattutto, dal vivo, mi affascina molto vederlo percuotere la sua Mahai Metak (guarda), una specie di chitarra da tavolo. Di cui però non pizzica le corde, no: ci riversa su delle biglie, ci strofina una spugna, la pesta con delle bacchette e muove chissà quali manopole e sembra che sappia sempre che tirerà fuori “quel” preciso suono. O rumore, appunto.

Partiamo dall’inizio: la serata è stata aperta da un set dei Viva Santa Claus: francamente, nel contesto della serata mi son sembrati abbastanza fuori luogo. Comunque non disprezzabili, energici nella loro proposta tra noise, punk e garage però l’assenza di un bassista si sente e, forse, alcuni pezzi sarebbero più interessanti se fossero solo strumentali. Giusto un parere personale, eh.

Dopo quasi un’ora di estenuante pausa, il primo a salire sul palco è proprio Xabier Iriondo. Damo Suzuki arriva dopo pochi istanti, saluta appena e inizia a cantare, come se dovesse tirar fuori da subito quello che ha dentro, il suo “flusso di coscienza” vocale. Poi, in punta di piedi, arriva colui che, di fatto, è il valore aggiunto della serata: Manuel Agnelli. Gli Afterhours restano una delle mie band preferite, forti di dischi passati che conosco a memoria, e mi piace pensare che tanta gente (soprattutto “nuovi” fan degli Aftehorus) sia qui ignara di cosa aspettarsi. In fondo, è il nome di Agnelli a portar di certo più gente di quanta ce ne fosse all’Angelo Mai solo 10 mesi fa in occasione del precedente show romano di Damo. I capelli di nuovo lunghi come a metà anni’90, il palco condiviso di nuovo con Iriondo – ho perso, e forse ho fatto male, i concerti estivi degli Afterhours in cui la coppia era tornata insieme dopo quasi un decennio -, Agnelli al synth latita quasi per metà show poi si ritaglia bene i suoi spazi nel magma di suoni e cambi di ritmo che prende via via forma e in mezzo a cui Cristiano Calcagnile alla batteria dimostra la sua bravura e versatilità. L’ultimo ad entrare in scena è Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35, Afterhours) armato di flauto e sax: dimostrerà ancora una volta di essere uno dei musicisti migliori che abbiamo in Italia. Così, per un’ora abbondante, si passa a momenti che ricordano i migliori Jethro Tull (magari affogati in acido!) a trame jazzate, perfino una parentesi quasi swing, da momenti più eterei al caos più furioso, passando per qualche vago rimando a certo prog di scuola Canterbury. E, su tutto e tutti, la voce di Damo che biascica chissà cosa, crooneggia, urla, fa persino qualche vocalizzo alla Mike Patton. L’ultima improvvisazione della serie, proposta come bis, la apre con un salto da ragazzino, alla faccia dei 61 anni appena compiuti: una scarica di adrenalina, con Iriondo alla chitarra elettrica, un frullato di noise, psichedelia e ritmiche quasi hardcore, per chiudere in bellezza. E’ stata una gran bella serata, il sorriso che fa capolino sotto i lunghi capelli grigi sul volto madido di sudore di Damo Suzuki ne è la prova migliore.

Piero Apruzzese