Dalek + Zu + Nels Cline @ Villaggio Globale [Roma, 14/Novembre/2002]

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Nella line up presentata, trio strumentale con batteria e contrabbasso, il chitarrista Nels Cline (già negli Scarnella, con Carla Bozulich; amico di Stephen “Pavement” Malkmus) fa sfoggio di una gran tecnica unita al gusto di sfregiare lo strumento con fruste da cucina, cavatappi e cacciaviti. Non si fa a tempo a cadere nell’equivoco del jazz, infatti, che qualche strappo free noise penetra le già convulse metriche e conduce, agilmente, al collasso delle strutture musicali convenzionali. Le trasmutazioni timbriche della chitarra sono quasi lo stato del’arte della sinergia artigianale tra vintage e tecnologia digitale, e ricordano molto le libere escursioni di bedroom space noise di Bill Horist al pari del quale il nostro Nels ama contorniarsi di una impressionante quantità di pedali e campionatori. Dopo un avvio un po’ fiacco, i tre riescono a mettere a segno un paio di pezzi davvero convincenti, intervallati da parentesi lunari, in cui al contrabbasso si concede l’archetto e la chitarra indulge su un’eco infinita, mentre il batterista, lasciate le bacchette, produce con un piccolo synth pigolii casuali e stranianti. Il poco pubblico presente è distratto e non sembra partecipe del mio entusiasmo.

Più essenziali e concreti gli Zu, forti della produzione di Steve Albini del loro ultimo, fantastico disco ‘Igneo’, si presentano in buona forma. Il prodigioso trio strumentale, padrino della serata, è di grande impatto scenico: la sinergia basso-batteria, rodata e collaudata, non perde un colpo e materia il sostrato su cui il sassofono dipana la sua isteria. I tre raccolgono dal pubblico rarefatto maggiori consensi ed in cambio offrono anche dell’intrattenimento, stemperando la pesantezza nevrastenica della loro performance con un po’ di cabaret, ritmico of course, alla Mike Portnoy dei bei tempi andati. C’è qualcosa, comunque, che va oltre l’inarrivabile e impagabile copia e incolla ritmico e il fraseggio zorniano, ed è il loro sound eccellente e raffinato, che Albini è riuscito a cogliere e riversare, dal banco mixer al CD, quasi intatto nella sua essenza (‘Igneo’ suona infatti sporco e imperfetto; le produzioni di Albini sono, d’altra parte, letteralmente osannate proprio per questo; la grossa differenza è che nel cd non si riesce a sentire il basso in pancia come dal vivo, ma questo penso sia dovuto al limite del volume d’ascolto domestico imposto dalle regole di civile convivenza).

L’immagine struggente di questo tracagnotto sudato, grassoccio e dal’espressione sofferta, avvolto dagli effluvi sovrabbondanti della smoke machine, condensa le sensazioni evocatemi da questo ultimo trio dei Dalek (mc, laptop e scratch). Non sono un grande estimatore del rap e dell’hip hop, ma questi mi sono risultati abbastanza digeribili ed onesti, in quanto privi di atteggiamento ma dotati di un contesto strumentale molto curato e di un uso creativo dei giradischi (il dj produceva “rumore” grattando il vinile con la testina, o persino infilandosi lo stilo in bocca e soffiando, processando il tutto attraverso una misteriosa effettistica); anzi proprio quest’ultimo dato permette di ricondurre i tre terzetti ad un’unica matrice comune: se non fosse per gli scratch processati e sintetizzati, e le “sfiatate” sulla testina del giradischi, infatti, i dignitosi Dalek non avrebbero avuto nulla a che spartire con gli altri. La digressione rumorosa che intermezza la loroesibizione riflette gli elementi noise del sound delle due formazioni, congiungendo idealmente in un cerchio sonico i protagonisti di questo secondo, musicalmente riuscito, Zufest.

Alessandro Bonanni

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