D.A.F. @ Blackout [Roma, 21/Novembre/2009]

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Una cittadina industriale. La patria di Kraftwerk e La Düsseldorf. Il punto d’incontro immaginario tra Cleveland e Sheffield. A fine anni ’70, Düsseldorf non è solo un centro produttivissimo della Ruhr. È anche uno dei primi nuclei tedeschi del post punk, genere che per le sue componenti arty e sperimentali trova nella Germania una seconda casa natale, dopo – ovviamente – il Paese della Lady di ferro. Con un occhio ai “Men Machine” e uno ai Throbbing Gristle, un ostinato rifiuto dell’imperialismo pop angloamericano e una certa attrazione per il Die Junge Wilde (sorta di versione tedesca della transavanguardia italiana), i DAF passano da un’iniziale (e rumorosa) formazione a cinque ad un muscoloso duo techno-tribale. Il canto gutturale di Gabi Delgado, la batteria minimalista e i synth aggressivi di Robert Görl diventano un marchio di fabbrica con ‘Alles Is Gut’, ufficialmente terzo album a nome DAF, uscito nel 1981 per la Mute e prodotto dal Phil Spector del krautrock, aka Konrad “Connie” Plank. L’amicizia tedesco-americana è stata il ponte tra il punk più avanguardistico e la disco music. Noti a tutti come gli inventori dell’Electronic Body Music, Gabi Delgado e Robert Görl hanno creato un ibrido tra il sound di Moroder, l’avanguardia artistica e il culto del corpo e della potenza (non solo) fisica, creando una eurodisco minacciosa tra l’omoerotico e il politically incorrect. Dalle danze con Mussolini agli abiti di pelle, a metà tra pseudo-nazismo, costruttivismo comunistoide e feticismo sadomaso, i DAF portarono diligentemente i tabù dell’epoca dentro la loro musica. Un’elettronica mitteleuropea, anti rock e filo anarchica, che avrebbe fatto scuola. Dai quasi contemporanei Einsturzende Neuebauten, agli “aspiranti industriali” Nine Inch Nails, passando per la scena house di Chicago e la techno di Detroit, sono in parecchi a dovere più di qualcosa alla Deutsch Amerikanische Freundschaft.

Dopo cinque album in tre anni (dal ‘79 all’82), “i nonni della techno”- come li chiamava John Peel – si sciolgono per 20 anni, salvo una breve reunion per un trascurabile album in inglese nel 1985 (‘Fünfzehn neue D.A.F. Lieder’). A inizio 2009, a sei anni dall’apparizione estemporanea con l’album che conteneva ‘The Sheriff’, singolo antiamericano dedicato nientepopodimenoche a George W. Bush, e a trenta dal primo album (‘Ein Podukt der DAF’), Gabi Delgado e Robert Görl tornano on the road e con un Best of. La curiosità è così tanta  da spingerci, a marzo, fino a Marghera, luogo della (allora) data unica dei due padri della EBM. È in conseguenza di quel live sorprendente – i nonni non sono affatto cambiati e i nipotini in platea si agitano manco fosse l’81 – che siamo di nuovo al Blackout, senza il timore di trovare due vecchietti che recitino la parte di se stessi (da giovani). In perfetta forma fisica – ovviamente, per un cultore del corpo come lui – e gli occhi vagamente spiritati, Delgado; con la stessa faccia da teppista e lo stesso drum kit di trent’anni fa, Görl, i DAF dal vivo acquisiscono una ferocia e un’inquietudine non totalmente percepibile su disco. Il primo non canta, ma recita. Quel tono da “discorso di Hitler”, più una dichiarazione di guerra che un’interpretazione rock, è rimasto e si accentua sul palco, adeguandosi al pulsare geometrico e sintetico del secondo, oggi diabolico dj techno, lontano anni luce dalla formazione classica al pianoforte di un tempo. Pezzi sparati sulla media dei tre minuti, un bombardamento di sonorità che oggi sembrano vintage, eppure rimangono musica per il corpo, per quei corpi in divisa all black ansiosi (soltanto?) di ballare. Il gelo in crescendo di ‘Ich Und Die Wirklichkeit’ e la danza industriale di ‘Ich Will’ preparano per il grande manifesto del duo, quella ‘Der Mussolini’ che – forse – perde tutte le sue connotazioni provocatorie per reiterasi, all’inizio e alla fine dello show, come sfogo collettivo della serata. Tra una doccia e l’altra (prassi tipica di Gabi Delgado), c’è spazio per ‘Muskel’, per qualche problema al microfono che metterà alla prova la (poca, come da copione) pazienza del cantante, per alcune delle più famose modern dance marchiate ‘Alles Is Gut’ (‘Sato Sato’, ‘Alle Gegen Alle’, ‘Als Wär’s Das Letzte Mal’) e per la dissacratoriamente fiabesca ‘Der Räuber Und Der Prinz’.

Oscurità sinistra ed electropunk corporeo. Oltre questo binomio, per forza di cose, quello dei DAF è uno spettacolo monocorde. Non ci si può, e non ci si deve, aspettare altro. L’atmosfera ha qualcosa di decadente, oggi. Suoni e sarcasmo da guerra fredda, che non appartengono più al nostro tempo ma lo hanno ampiamente anticipato. Due personaggi difficilmente inquadrabili, Delgado e Görl. Tra l’anfetaminico e l’ipersalutista, la provocazione e la disciplina, il punk e la disco, l’intuizione fulminante di un genere e l’incapacità (o, probabilmente, la non volontà) di spostarsi da esso. Un genere che ha preso innumerevoli strade e che in questa forma, quasi primitiva e radicalmente robotica, sembrerebbe lontano anni luce dal presente. Eppure l’energia dei “golden years” è rimasta, insieme ad un’alienazione, paradossalmente, tutta terrena. Mentre il sabato sera bussa alla porta del Blackout, è difficile capire in quanti siano qui per ballare ‘Der Mussolini’ e in quanti abbiano voluto omaggiare due – spesso trascurati – precursori del terzo millennio. In ogni caso, 30 anni fa, chi l’avrebbe mai detto.

Chiara Colli