Cut @ Traffic [Roma, 18/Gennaio/2008]

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Aguirre e il sommo capo me lo ripetevano da mesi. “I Cut, i Cut!”. Non volevano sentire parlare d’altro. Tutte le volte che gli raccontavo di aver visto un gruppo dal vivo, che mi aveva impressionato, loro mi rispondevano con faccia austera e il dito oscillante davanti al viso: “No, no, I Cut! I Cut! Devi vedere loro se ne vuoi capire qualcosa”. E io rosicavo perchè non li avevo visti. Stavano diventando il mio tormento. Era ovvio che la mia curiosità cresceva sempre più e quando ho letto che al Traffic finalmente ci sarebbe stata la possibilità di vederli non me la sono fatta scappare. Ovviamente accompagnato, oltre che dal Gherardi che non fuma più, dai miei due mentori. Solite scene all’ingresso del locale, gente che si saluta, tutti salutano tutti, solito clima disteso e amichevole con il Sensei che perde sistematicamente al biliardino lisciandole tutte e Aguirre che mi rutta in faccia ogni qual volta vuole richiamare la mia attenzione.

Scendiamo a vedere i primi due gruppi, i Silvercocks e i Black Circus Tarantula. I primi li avevo già visti un mese fa al Road To Ruins e si confermano una onesta, ma nulla di più, punk rock band, molto colorata sul palco. I BCT sono un grande gruppo! Bel concerto il loro, i pezzi funzionano tutti, belle melodie ed energia. Finalmente riescono anche a presentare il loro primo LP, oggi presente al banchetto. Forse un set troppo lungo ma davvero bravi. Chiusura con ‘Chinese Rock’ dei Ramones. Nel lungo intermezzo tra i BCT e i Cut, tra una birra e un rutto, assisto a scene che fanno bene al cuore. Novelli ballerini agghindati stile anni ’50, turisti in visita a Roma che hanno trovato chiuso il Colosseo e giustamente hanno diritto alla sacrosanta foto ricordo, e c’è anche chi da lezioni di pugilato prendendo a pugni l’aire, ballando in maniera totalmente asincrona, ma questa è un’altra storia.

Si ergono i Cut sul palco ora. Sono tutti e tre vestiti di nero, il batterista ha un drum kit minimale senza tom e un solo splash, e non c’è basso. “Solo” due chitarre. L’impatto è monumentale. Il muro di suono della punk garage band bolognese, autrice già di quattro dischi e un EP, si rovescia sul pubblico come un tuono. I brani sono una frustata al cuore, stuprati sugli strumenti e sputati sul pubblico. Le plettrate sono velocissime così come le ritmiche del batterista che suona tutto sghembo e storto ma riesce a scuotere l’intero locale. Ma non c’è solo la componente musicale nel loro show. Un po’ come gli iberici Tokyo Sex Destruction (con cui hanno in comune anche il genere musicale), il loro è uno show nello show con i due chitarristi che si gettano sul pubblico, aizzano i presenti, suonano sdraiati sul palco e tra di noi fino a che, sul finale, il chitarrista si appende alle travi delle luci e si dondola con il microfono in bocca. Il pubblico apprezza tutto il feedback che i bolognesi stanno espellendo verso di noi e ad ogni finale di brano scatta un’ovazione. I bis sono stati il momento migliore. Prima un lungo brano su cui i ragazzi hanno combinato di tutto a livello scenico e, a seguire, una scheggia di punk HC che ha fatto saltare il cuore in gola a chiunque. Assolutamente, assieme a Small Jackets e El Thule, la più grande live band italiana che sia possibile vedere oggi. Aguirre e il Sensei avevano ragione. Come sempre.

Il resto della serata l’ho passato a cercare di prendere qualche pallina al biliardino. Gioco odioso. Perdo sempre.

Dante Natale

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