Cut + The Intellectuals + The Wires @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Gennaio/2013]

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Come un bicchiere di buon vino rosso pasteggiato in compagnia degli amici. Ecco cosa è un concerto dei Cut. Negli ultimi sette anni (quasi la metà della loro longeva carriera underground) li abbiamo seguiti, supportati, intervistati, recensiti, organizzati, giudicati, spammati. Ed è sempre stato un gran piacere, un gran ascoltare, un gran vedere. Nella loro ennesima discesa capitolina i tre bolognesi trovano la piacevole serata Psych Out! a far da contorno ad un mercoledì non certo da leoni. La sbornia natalizia che offusca mente e corpo è sempre dura da digerire e nei giorni subito seguenti è altrettanto dura pensare di trovare gente allegra e sorridente, disposta a passare due orette in compagnia del suono amico, del garage rock, che non muore mai ma anzi rilancia e rivampa. Il deragliante trio è reduce da tre uscite discografiche manna per tutti gli appassionati-feticisti, se è vero che dopo l’ultimo album di studio ‘Annihilation Road’, si sono racchiusi e celebrati live con ‘The Battle Of Britain-Live In The U.K.’ e han concluso la trilogia con la ristampa del magnifico debutto ‘Operation Manitoba’ che usciva la bellezza di 15 anni fa. Ora che tutto è più sporadico e dissolto, io e il fedele Aguirre rispolveriamo e ricordiamo come era bello garagizzarsi fino a qualche anno fa, quando si faceva il giro di alcuni “localini” per destinazione a curiosare e scoprire formazioni provenienti da mezzo mondo e pure da mezza Europa. Tra sudore e conturbante puzza di umido, a tirar tardi oltre il dovuto fin quasi oltre il lecito. Ecco perchè stasera la scarsa affluenza ci fa sentire di qualche anno più giovani e baldanzosi.

Ad aprire ci pensano The Wires, ennesima rilettura in chiave chitarra/batteria delle storie più celebri del punk blues infettato, sguaiato e ibridato. Ma il duo non riesce a discostarsi dalla linea di demarcazione tracciata dalla standardizzazione di genere, rimanendo per questo impantanato in brani urlati e forzatamente sbilenchi, che nulla aggiungono purtroppo al sapere comune. Di seguito i navigati The Intellectuals che da qualche tempo ormai hanno consolidato la line-up a quattro elementi, quadratura del cerchio con l’arrivo dell’esperto bassista Cheb Samir (Capputtini ‘I Lignu, Trans Upper Egypt, Bobsleigh Baby, Normals). Dunque alle asperità degli esordi gli intellettuali oggi addizionano con successo una compattezza, un’armonia (molto Black Lips-oriented), che alla lunga rende il sound “orecchiabile”, di grande impatto anche grazie all’indubbia verve e al grande mestiere di Francesco Panatta, autentico pilastro dell’intera baracca. Quando tocca ai Cut sono passate le 23 da una manciata di minuti. In formazione assolutamente triangolare i nostri danno fuoco alle polveri come loro consuetudine, ovverosia non risparmiandosi fin dall’inizio, senza rodaggio, senza respiro, senza un cazzo di niente. Il club si riempie un pochino di più, qualcuno balla, mentre scorrono i “classici” della band che non hanno pause intermedie, pian piano ci troviamo dinnanzi al solito rito di coinvolgimento, Carlo Masu vola giù in sala saettando tra il pubblico, il sound è sempre potente e preciso nell’incedere e il Quercetti è il pastore che comanda la messa. Alla fine viene spostata a forza una transenna e alcuni dei più divertenti scalmanati salgono sul palco per l’ultimo pezzo collettivo. Il tempo passa, gli anni passano, ma i Cut rimangono sempre fedeli alla loro idea: fare rock’n’roll (quello vero). Arrivederci ragazzi.

Emanuele Tamagnini