CSS + Tilly And The Wall @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Aprile/2007]

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Serata pregna quella del 16 aprile. Pregna di umidità residua nell’aria a causa dell’acquazzone pomeridiano, pregna del profumo tipico di una serata d’estate (oramai aprile è considerato mese estivo, no?) e pregna di musica in giro per Roma ma sopratutto al Circolo degli Artisti dove in programma praticamente c’è un mini festival.

Arrivo alle 21:45 e il concerto degli inglesi The Holloways è già iniziato. Riesco comunque ad ascoltare 4-5 loro brani, il tempo necessario per deliberare che sono una spudorata copia dei Clash, di quelli sporchi di “Black Market Clash”, ripassata in padella con i Libertines. Saranno forse le voci dei cantanti chitarristi (uno dei quali con il cappello di David Crocket) di chiaro timbro StrummerJonesiano, sarà la furberia di certe melodie accattivanti, sarà che sono di buon umore, ma alla fine il concerto, tra influenze ska e punkallacquadirose, mi diverte.

Ma dopo un po’ di tempo passato a montare le pedane per il tip tap ecco che entrano i miei personali headliner: “Siamo i Tilly And The Wall, veniamo da Omaha, Nebraska, e non ci sembra vero di essere a Roma”. I cinque (sei per l’occasione, vista la presenza di un chitarrista aggiuntivo) attaccano “Rainbows In The Dark” con la drum machine arricchita dal continuo tip tap (non sempre ben riconoscibile) della scatenata Jamie Williams che alla fine del concerto avrà perso almeno un chilo. Il coro finale del brano di apertura (“Sometimes You Just Can’t Hold Back The River”) è semplicemente delizioso ed è qui che mi appare in sogno Tonio Cartonio il quale mi invita ad entrare nel suo magico mondo da favola. Si procede col country twee pop di “Reckless” tratto dal primo bellissimo album “Wild Like Children”, poi “The Freest Man” tra Abba e Ronettes, il simil flamenco di “Bad Education”, l’allegra cazzoneria di “Sing Songs Along” e la wave anni ’80 di “You And I Misbehaving” col suo finale quasi drammatico di piano e chitarra elettrica. Le loro composizioni sono semplici, efficaci e sempre di buon gusto, le costruzioni armoniche e melodiche non sono mai superflue, l’atmosfera è quella di una festa tra amici ubriachi. Le tre ragazze, soprattutto la biondina tatuata, sono scatenate, nonostante il pubblico (buonissima affluenza) risponda solo a tratti. Non può esimersi dal farlo però sull’ultimo pezzo “Nights Of The Living Dead” saltando al ritmo di “I Want To Fuck It Up” e di “And I Feel So Alive” introdotto dal loro commiato dal pubblico: “Non crediamo nel papa, ma crediamo nei CSS”.

Ed eccoli, dal Brasile, i Cansei de Ser Sexy: cinque ragazze e un ragazzo (più che di un ragazzo ha l’aspetto di un baffuto spacciatore di cocaina colombiano) il quale, sia alla batteria che alla chitarra, sembra essere il deus ex machina dell’intero progetto (infatti scoprirò più tardi che è il produttore del gruppo). Il suono è ottimo (anche se il sospetto che ci siano basi preregistrate è forte) e la gente balla numerosa incitata dalla pingue e simpatica cantante Lovefoxxx che dal palco lancia piatti di plastica (o fresbee?) e altre amenità tenute nelle mutande. La celebre “Alala” viene suonata per seconda, ma da lì in poi il set si rivelerà alquanto monotono (a parte un brano in stile Boney M che potrebbe essere la sigla di un cartone animato): si balla, ma sempre sugli stessi ritmi, veramente poche le sorprese (giusto un riff sulla tastierina Casio rubato a “The Laws Have Changed” dei New Pornographers). I riferimenti più evidenti sono Chicks On Speed e Bikini Kill. La gente comunque apprezza, balla e applaude. Il concerto viene risollevato solo con l’esecuzione dell’ultimo brano “‘Let’s Make Love (And Listen To Death From Above)” tra atmosfere ’70 alla Patrick Hernandez con tanto di mirrorball, e distorsioni da rave party su tappeto di luci stroboscopiche, durante le quali la cantante si getta a capofitto sopra il pubblico. Davvero un gran bel pezzo questo, che canticchierò dall’uscita del locale (alle 00:40, bravissimi!) fino a casa.

Daniele Gherardi

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