Crystal Stilts @ Traffic [Roma, 23/Febbraio/2014]

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Nel 2009, freschi dell’esordio ‘Alight Of Night’, i Crystal Slits si presentarono al Circolo degli Artisti circondati dall’hype di next big thing come testimoni di quanto florida fosse la scena musicale di Brooklyn, New York City (Vivian Girls, The Pains Of Being Pure At Heart e compagnia suonante). A distanza di cinque anni e recentemente accasatisi sulla sempreverde Sacred Bones con il terzo album ‘Nature Noir’, il quintetto fa ritorno nella Capitale, stavolta al Traffic. Ad accoglierli, purtroppo, un pubblico decisamente esiguo. Forse che la band non sia più fisiologicamente sulla cresta dell’onda o che la domenica sonnacchiosa abbia scoraggiato i più? Per questa volta vi risparmiamo le analisi sociologiche e passiamo ai fatti. Dopo aver assistito a buona parte dell’esibizione abbastanza incolore del trio capitolino Belisma, dedito a un electro-pop dalle influenze 80s, alle 23.40 tocca ai Crystal Stilts prendere le redini della serata. Sul palco, alla batteria Keegan Cooke, al basso lo stempiato Andy Adler, alle chitarre JB Townsend, mentre ad armeggiare su un magnifico organo Farfisa troviamo Kyle Forester. Dietro al microfono, laconico e indolente come un Liam Gallagher in down, il frontman Brad Hargett. Si parte con ‘Dark Eyes’, opener dell’EP ‘Radiant Door’, sorta di ideale raccordo tra il secondo album ‘In Love With Oblivion’ e l’ultima opera in studio. I suoni vengono fuori che è una meraviglia, il Traffic si conferma davvero un ottimo locale in termini di acustica e impianto. La setlist proposta dai cinque newyorchesi si mostra equilibrata: da ‘Nature Noir’ vengono estratte la catchy ‘Star Crawl’, una ‘Future Folklore’ che sa di Velvet Underground da lontano un miglio, la doorsiana ‘Darken The Night’. Dai due album precedenti sono eseguite la stoogesiana ‘The SinKing’, la scanzonata ‘Through The Floor’, una meravigliosa ‘Shake The Shuckles’ che ci suggerisce un mondo filtrato con colori vintage e abiti d’antan. L’esecuzione della band è ineccepibile, la voce baritonale di Brad accompagna sogni lisergici e fa dondolare il pubblico in preda a visioni di un’altra epoca. Perché è vero, di originale i Crystal Stilts hanno ben poco, avendo pescato il meglio di quanto fornito da America e Inghilterra tra anni ’60 e anni ’80 (Stooges, Velvet Underground, Doors, Byrds, Syd Barrett, Joy Division, The Jesus & Mary Chain, Love, Pastels), ma riescono a riproporre gli insegnamenti di allora con un dono di incisiva sintesi che ha pochi pari e che, soprattutto, coinvolge e conquista. Psichedelia pop-rock con chitarre jangly e tastiere giocose, né più né meno. Con la scoppiettante ‘Half a Moon’ e la b-side dal finale deflagrante ‘Sugar Baby’ si chiude un set entusiasmante. La band saluta ma è il tastierista Kyle Forester il primo a fare ritorno sul palco per un ultimo bis, raccontando delle bellezze che hanno visitato a Roma durante il giorno e di quanto via Prenestina possa ricordare il New Jersey (temo non sia un complimento). Un’ora di concerto godibile, orfana del primo singolo ‘Love Is A Wave’ ma forte di pezzi efficaci che compensano una presenza scenica praticamente inesistente e, visto il genere, in fondo nemmeno necessaria. Gli applausi sono meritati. Ad maiora.

Livio Ghilardi

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