Crystal Stilts @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Maggio/2009]

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Il richiamo è stato forte. Il fascino di uno scorcio degli anni ’80 probabilmente mai dimenticato del tutto. Quella finestra aperta sul cortile dove allegramente zompettano umori della psichedelia anni ’60 (vedi i Byrds e poi muori), la New York dei Velvet Underground avanti anni luce sulla tabella del tempo “musicale”, l’estetica DIY del punk della seconda onda, le compilazioni su nastro C-86, una certa wave scaturita da rigurgiti oscuri e primordiali. Mano nella mano. La Slumberland Records che a fine anni ottanta si dice pronta per ricalcare le orme della ben più nicchiosa K Records. Ecco allora i Powderburns, i Velocity Girl e i Black Tambourine. All’interno orbitano più o meno gli stessi protagonisti – tra cui Mike Schulman co-fondatore della Slumberland, ma è dal culto dei Black Tambourine che si apre una nuova stagione per l’indie pop americano. Una manciata di show, un paio di singoli, una nidiata di pezzi che presto diventeranno merce rara per collezionisti. Sullo sfondo la sagoma nitida dei Jesus & Mary Chain, l’imprescindibile prima ora dei Pastels, e la già citata psichedelia californiana che potremmo idealmente tracciare sull’asse ByrdsLoveDoors.

Su queste basi. Fin troppo definite, fin troppo conosciute, fin troppo amate, si è eretto un piccolo “movimento” di giovani formazioni direttamente sui marciapiedi di Brooklyn. Tra questi spiccano i minimali Blank Dogs, le ruvide Vivian Girls, i saturati The Vandelles, i dreamy The Depreciation Guild, i “gentili” The Pains Of Being Pure At Heart e appunto i cinque Crystal Stilts che riescono ad essere una sorta di summa perfetta di tutti i loro concittadini.

La tarchiatella batterista Frankie Rose, quando la sala è ancora deserta, è seduta dietro al piccolo tavolino del merchandise. Dischi della band madre a parte, c’è anche il CD delle Vivian Girls, vinili, 7″, EP e full lenght. Acquisto. Non riconosce un pezzo da 10€, vuole andarli a cambiare, le spiego che non c’è bisgono. Sorride. Esco a prendere aria. Dopo le 23 arrivano sul palco i Crystal Stilts quando la sala è praticamente piena. A rimorchio si portano un hype non da poco, si riconosce dalla varietà degli astanti convenuti, alcuni tarantolati dal suono dei protagonisti, altri in estasi ultraterrena, altri sudati, altri curiosi, altri con una seminale maglietta dei Devo. Nell’ora scarsa di concerto, con un discutibile bis-replay, propongono ovviamente pezzi del disco d’esordio. Non riescono dal vivo però a ricreare l’atmosfera cupa, fonda, scarnificata dei pezzi incisi su ‘Alight Of Night’. Ma va bene lo stesso. Brad Hargett si muove a scatti, tra i suoi ricci e gli effetti vocali, che rendono l’aria piena di nostalgia. Il pubblico gradisce. JB Townsend ha rubato la camicia, il parrucchiere e la chitarra a Roger McGuinn, è lui a trainare il sound dei compagni, che sembrano divertirsi assai sul palco romano. Il lunedì sembra il giorno perfetto per concerti del genere, confidenzialmente stretti ad assistere ad un piccolo-grande fenomeno di una “grande mela” inarrestabile sul piano artistico. Andy Warhol ne andrebbe fiero.

Emanuele Tamagnini

1 COMMENT

  1. Il loro disco sarà forse il capofila delle nuove avanguardie pronte a salpare e approdare anche da noi?
    M’incantano non poco. Stiamo a vedere. Grande Tamagna.

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