Crystal Antlers @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Aprile/2010]

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I Crystal Antlers dal vivo desideravo di vederli all’incirca da metà 2008, immediatamente dopo aver terminato il primo ascolto del loro EP d’esordio (di cui ricevetti una copia DIY dalla band, prima della ristampa su Touch’n’Go). Etichette musicali a parte (Psichedelia? Prog? Funk? Garage? Punk?), mi aveva colpito quel senso di “follia”, quelle sonorità sporche e il suono quasi onnipresente dell’organo, sensazioni confermate con il loro primo long play ‘Tentacles’ benché sulla lunga distanza avevano forse disperso qui e là un po’ della loro energia. Pertanto, non potevo non gioire alla notizia della loro prima data romana di sempre, dopo quella annunciata e poi mai confermata dello scorso anno. Lo show, inizialmente schedulato alla Locanda Atlantide, si tiene invece al Circolo, sebbene la serata preveda già il concerto del cantautore del Burkina Faso Victor Demé, così i Crystal Antlers salgono sul palco che è già passata la mezzanotte e, ovviamente, è una situazione che non aiuta la band, vista la sala mezza piena a dir molto.

Prima, però, tocca ai Times New Viking, trio americano di casa Matador le cui grintose sonorità lo-fi alla lunga risultano ripetitive. Menzione speciale, comunque, per l’avvenente tastierista Beth Murphy, anche designer di una strepitosa t-shirt (“Fuck your blog!”) in vendita al banchetto del merchandising.

Ed ecco finalmente sul palco Johnny Bell (che, visto da vicino, ha più di una leggera somiglianza col Jack Black di “School Of Rock”) al basso, Andrew King alla chitarra, Kevin Stuart dietro le pelli, Cora Foxx (che già da qualche tempo sostituisce il membro fondatore Victor Rodriguez) all’organo elettrico e Damian Edwards alle percussioni, mi chiedo che fine abbia fatto il secondo chitarrista Errol Davis. Nonostante un lungo soundcheck (con Andrew che testa il microfono con un inusuale “Pompino!”, certo più originale rispetto al solito “Check! Check!”), il poderoso attacco proprio con ‘Until The Sun Dies (Part 2)’ viene un po’ rovinato dal volume troppo basso della microfono di Johnny con il risultato che il suo cantato sguaiato, condito da urla varie che rendono ancor più selvaggio il pezzo, viene quasi interamente coperto dagli altri strumenti. Ad ogni buon conto, la band è in palla e non potevo sperare in un inizio migliore, contando anche la successiva ‘Vexation’, secondo brano in scaletta e secondo brano della tracklist dall’EP d’esordio. Quindi ‘Andrew’, da ‘Tentacles’ e via fino a includere in scaletta anche i due nuovi brani ‘Little Sister’ e ‘Dead Horses’, pubblicati di recente su un 7” autoprodotto che provvederò poi a comprare a fine show e scaricabili gratuitamente dal sito ufficiale della band.

Nel mentre, si assiste allo show nello show, con le movenze di Damian che gigioneggia sul palco e si propone in ancheggiamenti e pose hot (non per niente il suo soprannome è Sexual Chocolate!) fino a rimanere coraggiosamente in mutande mostrando una poderosa pancetta. Chissà se ha mai pensato di duettare con Eugene Robinson degli Oxbow… Il concerto prosegue con la band che inanella altri brani – giurerei di aver sentito anche un pezzo inedito, finché una corda della chitarra di Andrew non si rompe: il chitarrista scompare dietro le quinte per ovviare all’incoveniente ma, dopo qualche minuto, torna sul palco e la sua chitarra ha ancora 5 corde. Benché continuino a suonare, Jonny Bell pronuncia al microfono “We have a big trouble here!” e, di lì a un paio di minuti, lo show si chiude, senza bis anche se l’impressione è che stessero già per terminare, dopo circa un’ora e un quarto. Di sicuro un concerto interessante anche se ho avuto l’impressione che pur dal vivo si perdano, di tanto in tanto, in parti ripetitive e mancanti degli assalti frontali sonici in cui, invece, dimostrano di trovarsi a loro agio. Dopo lo show, c’è anche il tempo per una foto col simpatico Damian Edwards. Al mio augurio di trovar presto un nuovo contratto discografico (‘Tentacles’ resterà l’ultimo album pubblicato dalla Touch’n’Go, la label si dedica già da qualche mese solo al back catalogne), risponde, con un sorriso amaro: “Lo spero, ho anch’io l’affitto da pagare…”.

Piero Apruzzese