Crocodiles + Pontiak @ Covo Club [Bologna, 24/Ottobre/2014]

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Eppure la serata promette(va) bene. Un venerdì di inizio autunno, un paio di gruppi da andare a vedere, direi che ci siamo. Al Covo l’atmosfera è abbastanza tranquilla, c’è un buon afflusso di gente e quando entro i Pontiak urlano il loro “Good Evening!”. Timing perfetto. I tre fratelloni americani si assomigliano tutti spaventosamente e non solo per la pettinatura dei capelli e per la lunghezza della barba. Dal vivo il trio mi ripaga di qualche dubbio avuto su disco, è infatti veramente in gran forma e nei 50 minuti circa a disposizione produce un muro di suono di assoluto rispetto. Per farvi un’idea pensate allora a una versione dei Motorpsycho più grezza e trucida con ritmi soffocanti, veloci e avrete uno psycho-stoner dalla densità fangosa. Tiratissimi, lucidi, potenti, conquistano tutto il pubblico che tripudia lodi e applausi convinti ai tre big brothers. Decisamente circolettati di rosso. Da andare a vedere di nuovo.

Veniamo ai Crocodiles. Il quartetto Californiamo che nell’ultimo lustro, con quattro album, è riuscito a dare un po’ di linfa vivace al noise pop/dreamy/shoegaze/ecc. ‘Crimes Of Passion’ coagula sapientemente melodie sognanti con fosche pennelleate di chitarre mirate a costruire canzoni che rasentano quasi la perfezione nel genere. Eccomi quindi a curiosare deciso per testare la band dal vivo. Brano d’apertura di ordinanza dal nuovo album, ‘Marquis de Sade’ (se non ricordo male) e sembra promettere bene così come il bel riff di ‘Cockroach’… ma poi al di là delle canzoni inizia a stancarmi l’atteggiamento che hanno sul palco cantante e chitarrista. Pose finte glamour, ammiccamenti alle ragazze, quanta è bella Bologna (yawn), la birra bevuta alla Manowar, la chitarra suonata con le mani che roteano neanche fossero in un video dei Poison, e dei pezzi che alla fine “escono” esattamente come su disco, provocandomi sbadigli continui (come su ‘Heavy Metal Clouds’ dove il cantante ci chiede di ballare sinuosamente). Dopo una quarantina di minuti arriva finalmente un sussulto, un brano con una lunga coda strumentale, tirata a dovere in cui finalmente si intravede una parvenza di band ma anche di concerto. Quando penso che le cose possano cambiare accade l’irreparabile. Sorry, ma io questa non l’ho capita proprio. Fanno salire sul palco un amico per cantare dei pezzi con loro e partono con ‘Satisfaction’. Minchia che frantumazione di coglioni. Ma perchè? Ma ancora ‘(I Can’t Get No) Satisfaction‘ come i ragazzini alle medie? Mica è finita. Altra cover sempre con l’amico sul palco, ‘Jet Boy, Jet Girl’ di Elton Motello. Finita la farsa? Posso ascoltare ora ‘I Like it In The Dark’, ‘Un Chante d’Amour’ e ‘She Splits Me Up’? Niente da fare, il cantante invita tutti a salire on stage, saranno almeno 30 persone e tutti che saltano e cantano manco fossimo a un concerto dei Roxx Gang o degli Hanoi Rocks sulle note di ‘I Wanna Kill’. Il tutto diventa grottesco e ridicolo. Il concerto finisce qui. 40 minuti di musica sciapa, 20 di insulsaggini, una gomitata sulla schiena da un omone che mi è piombato addosso esaltato su ‘Satisfaction’. Ma per favore.

Dante Natale

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