Crocodiles @ Circolo degli Artisti [Roma, 31/Marzo/2011]

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Ci sono una notizia buona ed una cattiva. Quella cattiva, da cui come è d’uopo è meglio cominciare, implicherà inevitabile malcontento e forse anche un po’ di disappunto, azzarderei misto a noia, per chi legge ma anche per chi scrive. La premessa è che sia chi abbia letto qualcosa in merito, sia chi approcci la materia con spontaneità, sa che nel giornalismo rock (licenza neanche troppo nerdica) e nella popular music non si possa prescindere dall’aspetto del costume, dalle sfumature del fenomeno prettamente socio-culturale. Pertanto pubblico ed estetica sono componenti – di una scena, di un concerto, di una band – che non si possono tralasciare. È (anche) una giustificazione la mia, sì. Perché quello che sto per dire è estremamente banale. Ma altrettanto imprescindibile. L’impatto, nel caso specifico dei Crocodiles, non che sia totalmente devastante. E l’occhio di chi si arroga il diritto di esprimere un’opinione non soltanto sulla musica ma anche sui presenti, finisce con l’essere un filtro elitario anche paradossale: vorremmo che tutti ascoltassero musica “migliore” e poi, quando ce li troviamo ai concerti, preferiremmo un “mind code” all’entrata che renda (proprio) il pop una musica elitaria? Ridicoli. Però, la notizia “cattiva” rimane: quando i (benamati) No Age iscrissero “Neon Jesus” nella loro top list dei migliori brani del 2008, facendo uscire il nome dei Crocodiles dal giro a quei tempi ancora parecchio underground, avrebbero mai potuto prevedere un pubblico di giovinastri alla moda per il duo allora proveniente dalla scena hardcore californiana? Ordunque, viva la libertà assoluta del singolo: inevitabile, però, segnalare un certo disagio nel corso della serata per il normale frequentatore di concerti, sia per via dell’insistente chiacchiericcio da metà sala in giù, sia per la subdola sensazione che certa musica (seppure apprezzabile) diventi più una questione di apparire – e non semplice moda o stile, ma apparire. Banale, scontato, storia vecchia come il cucco. Ma elemento da segnalare inevitabilmente per una fotografia del live in questione. Si arriva alla notizia buona non senza passare per il dubbio che questa attenzione per un’esterna patina scintillante, il pubblico l’abbia imparata direttamente dalla band. Ma sarebbe ingiusto, già troppe righe amare per un live non  deludente.

Californiani, giro indie-noise-pop associato alla Big Apple, duo che dal vivo – dopo la line-up a quattro del precedente tour – si fa quintetto con due trasognanti fanciulle a tastiere e batteria, Rayban scuri, immaginario sixties meet eighties via anni zero. Compiuta con decisione la virata verso un garage pop disseminato di zucchero filato sintentico, il distacco dell’ultimo ‘Sleep Forever’ rispetto al più spiritualizzato esordio ‘Summer of Hate’ è evidente: chi ancora parla di suono alla Spaceman 3, evidentemente sbaglia e l’effetto è dirompente sulla resa live. Un’indole, più rock e grezza piuttosto che anelante alla purificazione previo rumore e atmosfere rarefatte, già palpabile due anni fa e oggi cresciuta ancora. Cresciuta, ovvero migliorata. Mansione più facile, quella di fare centro con la ricetta dello Psychocandy piuttosto che con le distorsioni e i fumi elettrici, ma portata a termine in modo da lasciare (quasi?) tutti soddisfatti. Né (davvero) figlio dello shoegaze né così sporco da essere garage – ma con qualcosa che lo renda appetibile per entrambi gli amanti dei due generi – il  suono eppure è perfetto: impeccabile (lo fi? No grazie), dolciastro, cupo al punto giusto, rock classico (e la chiusura finale ne sarà testimone) per far muovere una sala pressoché piena ma anche un po’ distratta (passa il tempo, cresce la mia intolleranza). In una parola: catchy. È questo che chiamano noise pop, nello specifico, versione maschile, più pulita e meno solare delle parenti strette (anche il senso letterale) Dum Dum Girls. Brandon Welchez fa le solite moine da indie rocker, parlotta in italiano, ma almeno la sua voce si disperde meno tra le fumosità del palcoscenico rispetto ai miei ricordi. Preferirei più “Auuu” suicida in deley – e infatti ‘Mirrors’ rimane tra i pezzi più originali e sopra la media del set, insieme a quel lollypop che è ‘Neon Jesus’ – ma l’impressione generale è che la band sia cresciuta, abbia un bel suono e per adesso non ci pensi neanche di osare un po’. Entusiasmo collettivo su ‘I Wanna Kill’, ripresa di fiato sull’ancestrale Estate dell’Odio, chiusura in omaggio a Ramones con ‘Beat on the Brat’. Il live dura 50 minuti: scelta sapiente, che non scontenta il pubblico e non ne mette alla prova la resistenza (e si ritorna alla faccenda del target), dribblando anche la possibilità di apparire ripetitivo. Almeno ai più.

Chiara Colli

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