Crash Of Rhinos @ Traffic [Roma, 23/Settembre/2013]

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Una luce verde soffusa eppure intensa inonda la scena, poco prima dell’invasione. Pochi i corpi a fare da schermo, mentre i fasci riverberano sul tanto, troppo inchiostro sulla mia mano marchiata. Pigramente e sommessamente altri avventori arrivano a fare massa e a rifrangere la luce che diverge in ogni direzione; mai abbastanza per una serata attraente come questa, ma considerevoli per un lunedì sera. Fiducioso e con lo spirito da scommettitore, approfitto per acquistare il CD dell’ultimo ‘Knots’ al banchetto allestito per l’occasione dove, con l’assordante frastuono, le parole diventano inutili e basta un rapido cenno di ringraziamento da parte del chitarrista per concludere l’affare. I suoi compagni stanno già lì a portare il nécessaire sul palco e, prima di perdere un buon posto nelle prime file, mi avvio anch’io. Cinque ragazzi da Derby, Inghilterra, imbarcati in un tour intenso e fitto da una data al giorno in giro per l’Europa e un nome che, a prescindere dalla musica stupenda o orrenda che tu possa suonare, è azzeccato e perfetto nella sua semplicità. Fortunatamente, la musica rende ben giustizia al nome, e quanta ne rende. L’attenta casa discografica nostrana To Lose La Track ci ha visto giusto e ci ha portato qui questi giovani ma dirompenti portenti di quello che alcuni chiamano emo-core. Io, sinceramente, non me lo sono proprio posto il problema del genere ma, non frequentando quasi per nulla la scena, trovo già di per sé notevole che il loro nome mi sia arrivato, nonostante il corporativismo. Segno che qualcosa di buono c’è. Segno che di ciccia ce n’è. Gli svariati ascolti preliminari non mi hanno dato che conferme, e l’acquisto è la logica e giusta conseguenza. E, alla fine, non mi sbagliavo…

Si inizia in tono minore e malinconico con ‘Lean Out’, lenta orazione quasi acustica cantata da Richard Birkin e poi via via impreziosita dalle voci e dagli strumenti dei compagni. È divertente e magnetica questa coralità, questa ricerca continua della solidarietà all’interno del gruppo, se possiamo dire così: non c’è quasi mai un momento in cui qualcuno dei cinque sia sfaccendato (lo scambio di bassi è la norma). Ognuno ha il suo spazio, la sua voce e lascia il proprio marchio nei pezzi della band: tanti pari, nessun leader. Un rinoceronte massiccio e monolitico in rotta di festosa e rumorosa collisione con noi lì davanti. Facile cogliere i momenti cult della serata: la band sciorina in poco tempo alcuni dei pezzi che suonano già classici del genere. Sto parlando ovviamente di ‘Big Sea’ dal primo album ‘Distal’: un’esplosione irrefrenabile di pulsioni e tensioni accumulate e represse che si liberano e si sublimano in un sol colpo, gioiosamente e in modo violentemente innocuo. Un pezzo che invoca il ringraziamento a ogni ascolto. E poi, come rimanere impassibili di fronte a pugnalate come ‘Opener’ o ‘Luck Has A Name’? La prima parte di concerto è esaltante: peccato per il numero relativamente scarso di ascoltatori. Mentre i cinque si preparano alla prossima sferragliata, guadagno alcuni metri ma verso il fondo della sala, giusto per dare tregua al mio orecchio sinistro e per apprezzare acusticamente, oltre che fisicamente, la performance. Dicevo nessun leader. In effetti è così, ma sul podio come personaggio della serata va di diritto il batterista. Look nerdissimo che più non si potrebbe, con occhiali a montatura spessissima e camicia a quadrettoni bianca e nera, il bel tipo in questione rivela di essere anche dal vivo l’animale che suona su disco: tentacolare, furioso ma anche eclettico e fantasioso, una scheggia impazzita. Ed è personaggio perché protagonista del siparietto a metà concerto, in cui i cinque ripetono svariate volte l’incipit di un brano, in classica situazione da pischelli in sala prove. La resa cala leggermente nella seconda parte, forse per l’ora tarda, forse per la maggiore distanza dal palco o forse perché i pezzi suonano meno “singoli” rispetto ai primi proposti. Ma queste tracce, più lunghe, sono forse quelle più interessanti e sperimentali.‘Impasses, ‘Closure’, ‘Gold On Red’: a volte cervellotiche, altre volte fin troppo appassionatamente omogenee, rimangono comunque ottimi esempi di come avere buone idee e saperle applicare. Musica per pogare e pensare allo stesso tempo, in un certo senso: in un incipit, mi sembra addirittura di ritrovare i Tortoise. All’una e un quarto finisce tutto. Poco sudore ma tanta elettricità nell’aria. Il 25 settembre proseguono a Torino e gli auguriamo il meglio. Due ottimi dischi su due, e con ancora tanto da dare e tante idee da proporre. Sì, insomma, se non s’è ancora capito: i Crash Of Rhinos infrangono i deretani.

Eugenio Zazzara

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