Cranes @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Ottobre/2008]

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Venti anni. Da quella cassetta autofinanziata e autodistribuita che veniva chiamata ‘Fuse’. Venti anni trascorsi tra la storia in continuo movimento ma i Cranes non se ne sono minimamente accorti. Alison Jane Shaw ed il fratello Jim sono ancora insieme. Seppur la band di Portsmouth (prima di allora nota per aver dato i natali a Joe Jackson e Roland Orzabal) viva, oggi, su un’esperienza a due volti. I Cranes del nuovo omonimo album (il nono totale in studio) e quelli che si concedono al glorioso e indimenticato passato. Come i tanti convenuti alla serata – ancora segnata da tratti primaverli – che per la maggior parte vestono di nero ed hanno un’età media over 30. Avevo visto i Cranes al massimo del fulgore e dell’espressione artistica. Ovverosia nel 1993 subito dopo l’uscita del terzo e miglior disco ‘Forever’. La location era quella del Palaeur a supporto dei Cure, probabilmente gli ultimi grandi Cure. Un’atmosfera sinistra, immersi nel nero e nell’iconografia gotica. Oggi di quei Cranes sono rimasti solo la silfide Alison Shaw e il canuto fratello Jim (agli inizi dell’avventura suonava la batteria) che rimane defilato in fondo al palco, seduto, davanti ai suoi “programming” a suonare la chitarra. Alle tastiere troviamo Paul Smith, nella band dal 1997, alla batteria il giovane dark Jon Callender (se potete trovate il disco del suo progetto Helsinki assieme alla pianista/cantante Hayley Alker) e al basso un misconosciuto bassista che sembra l’alpinista di Bressanone Reinhold Messner. Alle 22.30 in punto compaiono sul palco. Discreti. Silenti. Freddi. La voce della Shaw ha mantenuto intatta la sua fragile ed eterea bellezza. Magra, con i capelli raccolti, dentro un vestitino nero con qualche lustrino. Sorride, come il fratello Jim che sembra divertirsi anche quando “cicca” un paio di basi. La sala ora è piena. Non stipatissima ma piena. L’inizio è meraviglioso. I Cranes riabbracciano l’Italia (l’ultima loro visita risale al Febbraio 2005 in quel di Bologna) come meglio non potrebbero. Rarefazioni e complessità d’insieme. Non hanno amplificatori e la batteria è elettronica (forse una pecca a conti fatti). Passa tutto “in linea” direttamente al mixer. Alla parte centrale manca l’aria. Sembra di sentire i Lamb adagiarsi su tappeti solo a tratti oscuri ed evocativi. Manca l’aria anche al sottoscritto. Accuso un malore. Non si respira. Credo di svenire. Stringo forte la “sua” mano che mi conduce fuori. Mi siedo e mando giù acqua zuccherata. La più famosa delle acque zuccherate. Mi riprendo. E sono pronto a rientrare lateralmente, distante dal cuore della sala. La parte finale dello show riporta i Cranes sui binari a loro consoni. Su binari che era lecito attendersi alle 22.30. Alison è più sciolta, anche quando prende il basso. Smith passa alla chitarra e Jim Shaw se la ride pasticciando davanti al computer. C’è spazio per ‘Here Comes The Snow’ (immancabile nei loro concerti), c’è spazio per un finale da dieci e lode. C’è spazio per i ricordi. Un tuffo al cuore. I Cranes sono di livello superiore ma i due volti dietro ai quali si celano oggi ne fanno una band per certi versi incolore. Ma sono attimi. Quando si ama qualcosa si vorrebbe sempre idealizzarla e fermare un’immagine nel tempo. Signorili. Composti. Generatori di sogni. Quello si.

Emanuele Tamagnini

Altri scatti di Emanuele Tamagnini su: NERDSPHOTOATTACK!

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