Cory Henry & The Revival @ Monk [Roma, 6/Febbraio/2019]

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Cory Henry is back in town! Avevamo lasciato il jazzista di Brooklyn quindici mesi fa all’Auditorium, alle prese con il progetto The Funk Apostles, settetto di profonda efficacia, con cui ha recuperato la grande tradizione afroamericana nella sua accezione più ampia: funk, blues, soul, jazz e r’n’b. Lo abbiamo colpevolmente perso insieme ai sodali Snarky Puppy, collettivo jazz newyorkese moderno e mutevole, in scena sempre al Parco della Musica, ma questa volta lo scorso luglio nella Cavea. Sempre lo scorso luglio e sempre in nostra assenza, “gli Apostoli del Funk” sono ritornati nella città eterna per presentare il disco uscito a giugno “Art of Love”, mantenendo la promessa fatta dal palco a novembre. Lo ritroviamo oggi nella sala del Monk Circolo Arci, con il più personale dei suoi progetti, quel The Revival, che diede il titolo nel 2016 alla sua terza fatica discografica. Altro disco live, in cui questa volta viene valorizzata la sua spiccata propensione al recupero delle radici del jazz, facendo largo uso di strutture blues, canto gospel e melodie spiritual. Stasera lo spettacolo prevedeva un trio, con l’eclettico organista accompagnato da TaRon Lockett alla batteria e Isaiah Sharkey alla chitarra. Sharkey ha annullato la sua partecipazione a questa parte del tour europeo, proprio alla vigilia delle cinque date italiane, lasciando un profondo rammarico tra gli appassionati. Poco male comunque, visto che il pubblico ha riempito fino alla capienza consentita il locale e lo spettacolo, per buona pace dei fanatici della sei corde, non sembra averne risentito troppo.

Sono trascorsi venti minuti dopo le ventidue e il duo sale sul palco, mentre i ritardatari tra il pubblico s’affrettano a riempire la sala. C’è molta attenzione per il trentunenne, che prende posto alla sinistra del palco, seduto dietro ad un hammond C3 completo di leslie, su cui è poggiato un moog e al cui lato troviamo un bel piano Rhodes e una tastiera Yamaha Motif XF8. Alla destra del palco di fronte a lui, Lockett siede dietro una Pearl, da cui farà scaturire un gran bel suono. L’inizio del concerto consiste in un lungo flusso condotto dall’organo e puntellato dalla batteria. Una sorta di rollercoaster, che alterna atmosfere languide ad altre più torrenziali. Nella seconda esecuzione c’è subito l’interazione con il pubblico, che sostiene i musicisti usando le mani e a tratti la voce, sottolineando gli accenti delle dinamiche del loro suono. Ne scaturisce un blues ritmico d’ottima fattura, che esalta al meglio le doti dei musicisti. Il compito di Lockett è quello di sostenere ritmicamente le peripezie armoniche e melodiche di Henry, su cui inevitabilmente grava gran parte della resa dello show. Lo farà egregiamente dosando timbri e accenti, generando pattern regolari e sincopati, controtempi, ritmi spezzati e poliritmie.“What’s Goin’ On” è l’omaggio a Marvin Gaye e il pubblico ne canta l’inciso, nel primo di una lunga serie di call and response, questa volta per organo e voci. A questo punto le atmosfere si fanno più space jazz con il Rhodes e il moog protagonisti assoluti. Un tappeto di basso con l’hammond, dona spazio e libertà ai fill di batteria, prima di sfociare in un funk fluido, cangiante e avvolgente. Nel brano successivo le trame strumentali si arricchiscono del contributo vocale di Henry, che si dimostra particolarmente abile anche con la voce. Nella seguente l’interplay tra il pubblico e i musicisti si compie definitivamente, partendo dall’invito da parte di Cory di non applaudire fuori tempo, ma di cimentarsi consapevolmente in una schioccata di dita collettiva al giusto ritmo, guidati da lui stesso. A questo punto entra il batterista e il mood diventa acid jazz evoluto. Ci prende gusto, si alza in piedi, mostra il clapping adatto al groove e tutti lo seguono. Li esorta a continuare e si lancia in un solo di organo, che si evolve in perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, con un crescendo che evoca ai presenti cori da stadio. Del resto il romano ci tiene a farli e se si verifica l’occasione giusta, non se la lascia di certo scappare. L’interazione con il pubblico cresce. Chiede se va tutto bene e inizia a guidare l”audience a ballare a tempo, oscillando a destra e sinistra, battendo le mani e cantando un classico call and response, mentre il batterista picchia colpi secchi e regolari sul rullante. Infine si riparte di slancio e come per magia ci si ritrova nella chiesa durante la funzione, ipnotizzati dall’omelia di James Brown, fino a che non vediamo la luce e ci produciamo in capriole mentali acrobatiche. Ah, il gospel! Sorseggia dell’acqua, sorride e confabula col batterista. Nella sua musica tante sfaccettature diverse. Ora è la volta di un funk super r’n’b, dal suono caldo e dall’andamento suadente. Invece nella prossima composizione si cambia totalmente scenario, abbracciando una fuga quasi progressive rock, con un notevole ping pong tra hammond e batteria e continui cambi ritmici e armonici. Il seguente non è altro che un hard bop da competizione, dove il riferimento a Jimmy Smith è tutt’altro che casuale. A questo punto saluta e ringrazia, spendendo parole buone per tutti e soprattutto per il nostro Paese. “The revival is music to make you happy”. Da appuntamento al merch e si imbatte in un problema tecnico al microfono. Il fonico sale a risolverlo e viene accolto da un coro di sostegno dei presenti. Henry rimane talmente divertito dalla cosa, da riprendere il tema del coro con l’organo e la voce. Superato al volo l’inconveniente riprende il discorso, concludendo con un invito all’amore universale verso la musica. Questa volta il coro dei presenti parte in suo onore e lui inizia a improvvisare su quel tema, per poi trasformarlo in un’elegia soul, dal sound Stax e la linea vocale Motown. Un gustoso ibrido tra Booker T e Stevie Wonder. Oltre le indubbie capacità musicali, stupisce per quelle performative e da intrattenitore. Tiene il pubblico in pugno e lo gestisce a comando, emozionando ed emozionandosi, con una spiccata tecnica strumentale e attitudine pop. Per brevità lo chiameremo jazz partecipativo. Due ore di consapevolezza ed intrattenimento. Zero poser e tanta sostanza. Il pubblico però non è ancora pago e all’uscita dei musicisti reagisce con un fragoroso singalong, intonando il ritornello della hit “NaaNaaNaa”. Basta poco per vederli di nuovo sul palco, pronti a eseguire la richiesta. Ne scaturisce una versione magistrale di quindici minuti, edulcorata e digressiva, ma mai leziosa, a chiosa di un esercizio di stile e di talento puro. Un sold out infrasettimanale in pieno delirio sanremese, che fa ben sperare per il futuro della musica. Si chiude tra i sorrisi e la ressa al merch per foto e autografi di rito. Tanta roba.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore