Cory Henry & The Funk Apostles @ Auditorium [Roma, 28/Novembre/2017]

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Cory Henry è un jazzista americano originario di Brooklyn. Pianista ed organista, ex bambino prodigio ora trentenne, ha già una lunga carriera da sessionman alle spalle, costruita suonando anche per artisti mainstream del calibro di P.Diddy, Bruce Springsteen, Boyz II Man, Kenny Garrett, Michael McDonald e The Roots. Dal 2012 è in forza al mutevole collettivo jazz newyorkese Snarky Puppy, stesso anno in cui realizza il primo album solista “Gotcha Now Doc”, seguito da “First Steps” nel 2014 e “The Revival” nel 2016. Soprattutto nell’ultimo disco, registrato dal vivo, testimonia tutta la sua dedizione nel recupero delle radici del jazz, facendo largo uso di strutture blues, canto gospel e melodie spiritual. Quest’attitudine lo ha portato negli anni a collaborare con interpreti come Israel Houghton, Donnie McClurkin, Kirk Franklin e Yolanda Adams. Sul palco è affiancato da una band di sei musicisti, denominata The Funk Apostles e formata da: Keys Nicholas Semrad ai synth, Adam Agati alla chitarra elettrica, TaRon Lockett alla batteria, Sharay Reed al basso elettrico a 5 corde, Denise Stoudmire e Tiffany Stevenson alle voci. Un musicista moderno legato a doppio filo con la tradizione del suono afroamericano, per un concerto che si auspica come il giusto connubio tra tecnica e puro intrattenimento.

Sarà l’effetto del Roma Jazz Festival, ma fa piacere trovare un pianoforte all’ingresso dell’Auditorium, tra la biglietteria ed il foyer e lasciarsi intrattenere da un passante, che improvvisa egregiamente un ragtime. Gran parte del pubblico è formato da musicisti ed appassionati di vario genere. Se ne ha certezza entrando nella Sala Sinopoli e notando un nutrito gruppo di persone scrutare e fotografare il palco allestito con la strumentazione, soprattutto quella destinata ad Henry. Un grande hammond ruba la scena, posto sul fronte palco esattamente al centro e con un sontuoso leslie alle spalle. Poggiato sull’organo B3 è posizionato un bel moog, mentre ad un lato troviamo un harpejji marcodi, strumento ibrido a corde su una base a tastiera, che combina l’istinto di un piano e l’anima di una chitarra acustica. La sala si riempie e alle 21:10 la band sale sul palco. Stabilire subito un contatto con il pubblico e liberarlo da ogni possibile freno è la premura di Cory appena entrato. Domanda e si fa domandare: “What’s Your Flavor?”. Alle prime note incoraggia i presenti a cantare, ballare e battere le mani a ritmo della musica. A convincere su questo il pubblico italiano basta poco, a quello romano ancor meno. L’hammond quindi introduce prima il pubblico e poi il resto della band, in un brano tra funk e blues dove aleggia il fantasma di Jimmy Smith. Le vocalist hanno voci splendide ed agitano delle mezzelune a sonagli, mentre la gente balla imprigionata nelle sedie. Segue una versione di “Stayin’ Alive” cantata dalle coriste, non più preda della febbre del sabato sera, ma frutto di una fumosa jam tra Sly Stone e George Clinton. Versione lunga, densa di assoli strappa applausi e dotata di una coinvolgente chiusura soul. Il terzo brano è uno strano medley introdotto dal marcodi, di matrice blues con dei classici call and response ed armonie vocali gospel. Fa cantare al pubblico: “I Feel Alright Now!” , poi cita il testo di “I Feel Good” di James Brown. Ciò che segue è una commistione tra funk e Motown, eseguita in una chiesa di Harlem al cospetto del reverendo Jackson. L’esecuzione seguente svecchia il lotto, trattandosi di un neo-soul r’n’b, costruito su un prezioso incastro ritmico e sostenuto da un bell’inciso di moog. Un inno alla bellezza dell’amore, con un crescendo finale che dona all’ambiente una grande energia. Un riff di solo basso apre il brano successivo, con il pubblico che va palesemente fuori tempo nel clapping. Lui quindi invita a schioccare le dita, prima che un drumming leggero introduca il cantato e il resto degli strumenti. Soul funk di matrice sixties e grande raffinatezza, che lascia spazio ad un estratto più psichedelico in trio classico senza il leader, con un corposo assolo di chitarra. Un pregevole finale di brano riporta tutti sul palco e li reinserisce nel refrain, prima di chiudere in bellezza. Segue un soul ritmicamente sostenuto stile Marvin Gaye, ma con un piglio moderno, un assolo di moog spaziale ed i soliti cori grandiosi. Quindi eseguono una funk ballad d’anima cristallina, profonda e trascinante con un crescendo di grana grossa. Ringrazia i presenti di questa sera, ricorda le soddisfazioni per i due mesi di tour e invita tutti a sostenerli comprando i dischi. Presentando la formazione, ne approfitta per comunicare la prossima uscita di un album insieme. A questo punto annuncia un brano nuovo e introduce con il marcodi un blues dalle forti tinte spirituali, che nella progressione acquisterà un lodevole corpo funk. Subito dopo arrivano le prime note di “Naa Naa Naa” e suscitano il boato del pubblico. L’incedere del brano non lascia quasi nessuno seduto alla poltrona e sotto il palco oramai è una festa. Sembra un rito religioso collettivo e liberatorio, manifestato in un sincero atto d’amore verso la musica. La band lascia il palco tra fragorosi applausi ed il pubblico inizia uno spontaneo singalong del refrain precedente per richiamarli. Riescono ed eseguono una versione gigantesca di “Controversy” di Prince, già spesso evocato metaforicamente nell’arco della serata. Il brano è cantato per gran parte dalle coriste, mentre Henry si diletta nel ballo, agita la mezzaluna a sonagli e incita il pubblico, prima di lanciarsi in uno splendido assolo di moog. Una band tecnicamente mostruosa, che si è cimentata in due ore intense di concerto, composto da undici lunghi brani, pieni di incisi, assoli, progressioni ritmiche ed armonie vocali, ma senza particolari autoindulgenze. Lui ha classe e carisma notevoli, orchestrando con cuore ed accademia un coinvolgimento spontaneo e continuo.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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