Coro delle Mondine di Novi e Barabba @ Vecchia Pescheria [Rimini, 25/Aprile/2012]

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Certo, c’è memoria e memoria. E un certo Ferretti, quando ancora si occupava di terre, guerre e questioni private sosteneva che la memoria più bella è quella senza retorica. Sarà. Ma c’è un’arietta leggera questo pomeriggio a Rimini, di quelle che ti fanno venir voglia di passeggiare e sentire che la giacca per difendersi dagli ultimi freddi, oggi,  forse non serve. E c’è anche il concerto delle Mondine di Novi di Modena insieme ai ragazzi di Schegge di Liberazione, che leggeranno alcuni racconti del loro libro e li accompagneranno a colpi di clarinetto, ukulele e contrabbasso. Quando le mondine arrivano, escono alla spicciolata dal gruppo di gente che riempie la piazza. Chi a curiosare, chi in loro attesa, chi con una bandiera in spalla e un tricolore al collo, chi a passare per caso con il gelato in mano. Quando le mondine sono tutte vicine, una macchia di rosso sboccia accanto alla vecchia pescheria in marmo che sarà teatro del loro concerto e diventa impossibile non riconoscerle. Le canzoni, belle e popolari, sono le solite, note agli amici come agli altri. Le canzoni parlano del solito, di come sia nobile morire giovani ma liberi, dell’amore per il proprio uomo, la famiglia, per la propria terra, della lotta all’invasore e così via. Più crudi e realistici alcuni dei racconti interpretati dai giovani attori che si alternano al microfono, letture sì musicate ma spogliate del lirismo proprio delle melodie cantate dal coro. Ma su nomi, cognomi, titoli e soprannomi non mi sento di dire molto di più, e non perché non me ne importi. La forza, l’anima nella voce di queste donne è talmente potente e radicale che solo oggi capisco che cosa deve essere stato ascoltare il vero blues, lo spiritual, il gospel. Credevo di saperlo già, solo oggi ne avverto e comprendo realmente l’essenza. Non sto esagerando. Non sono stupido, diabeticamente romantico, invasato o supinamente partigiano. La quasi totalità dei tanti, davvero tanti concerti che ho visto nella mia vita non hanno mai nemmeno lontanamente sfiorato l’emozione e la forza di comunicazione di quello che provo oggi di fronte a queste signore che alla fine di tutto salutano educate, ringraziano, dicono di non sentirsi da museo e di fare figli. Evviva la retorica. Perché a volte, per dire tutto quello che serve, non servono troppe parole. Io in questo momento sto scrivendo dalla veranda di casa, di fronte a una collina verdissima, con le barbaglie bianche dei fiori che galleggiano nell’aria, nel cielo limpido. Bello ora come settant’anni fa, perché è lo stesso cielo. Talmente bello che mi verrebbe voglia di proteggerlo in qualche modo, non so nemmeno io come, proteggerlo con tutto quello che c’è sotto. Proprio come qualcuno ha già fatto per me, prima di me. Evviva la retorica, sì. Perché a volte non servono troppe parole per dire tutto quello che serve.

Giuseppe Righini

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