Converge + Touché Amoré + A Storm Of Light @ Traffic [Roma, 20/Dicembre/2012]

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“For me, hardcore is simply unapologetic music, free of rules. By that definition, we are a hardcore band” (Jacob Bannon). Quelle serate, quei concerti, quegli eventi che contano così tanti gruppi da cominciare alle nove e mezza di sera, ebbene quelle serate mi manderanno presto al manicomio. Staccare da lavoro ad un orario prossimo a quello d’inizio della prima band e ritrovarsi un’Opel Astra sulla Prenestina che tocca i vertiginosi picchi dei 40 chilometri all’ora, in mezzo alla strada quel tanto che basta per non farsi sorpassare facilmente, anche questo mi manderà presto al manicomio. Arrivo purtroppo al Traffic un po’ prima delle dieci, confidando nei soliti ritardi organizzativi. E invece il concerto è cominciato puntuale come un orologio svizzero e a malincuore mi sono perso i The Secret, band alla cui esibizione live tenevo particolarmente. Irritato mi fumo una sigaretta in attesa della band seguente (non disperare il 31 gennaio saranno all’Init, ndr).

I “neurosisiani” (di nome  e di fatto) A Storm Of Light portano il loro sludge a Roma, ma quello che a me (e a molti altri) è sembrato di sentire, non è di certo una proposta originale e innovativa. Certo, non si chiede nulla di trascendentale, però la copia (non brutta) dei Neurosis sinceramente sembra valga ben poco. Ma se amate il genere allora i tre quarti d’ora proposti dai quattro di Brooklyn sarebbero stati di vostro gradimento, perché alla fine dei conti costoro sanno bene cosa fanno, e lo fanno davvero come si deve. Non vanno mai oltre, ma va bene così. Anche perché se tutte le band che ascoltiamo dovessero davvero riuscire nell’impresa di compiere quel passo “oltre”, allora ci troveremmo di fronte solamente a capolavori. E a noi le cose che non sono umane o umanamente plausibili non ci piacciono proprio (o almeno ci piacciono ma debbono essere sporadiche almeno quanto un’eclisse).

Verso le undici attaccano i Touché Amoré, band del filone post-hardcore/screamo proveniente dagli Stati Uniti. E per me questa band era una novità, perché non avevo mai avuto occasione di sentirla. Ma non appena hanno cominciato credo sia successo qualcosa, perché mi sono ritrovato a chiedere perdono a non so chi per non averli mai ascoltati prima e per averli conosciuti soltanto quella sera. Perché i Touché Amoré sono una band con i controcoglioni che riesce ad esprimere con una veemenza incredibile tutte le frustrazioni e i piccoli drammi quotidiani del ragazzo medio figlio del Grande Occidente Civilizzato. Non ci ho pensato un attimo, e mi sono gettato con tutto l’entusiasmo che avevo in corpo nel pogo che si era creato sotto il palco. E sono rimasto sorpreso dal numero di astanti che conosceva la band, e che addirittura conosceva tutte le parole delle varie canzoni, e mi sono sentito ancora più in colpa. Poi, durante un brano che doveva essere ‘Adieux’, il frontman Jeremy Bolm ha cantato queste parole al microfono: “What have I become, my sweetest friend? Everyone I know goes away in the end”. Citazione che non si può non cogliere, che non può sfuggire, che viene immediatamente catturata dal cuore che poi la sparge per tutto il corpo con le vene e le arterie in fibrillazione per parole tanto amate e così tanto inattese. Dura neanche un’ora, e mi convinco dell’incredibile valore della band, tanto che per un attimo mi sono scordato che di lì a poco avrebbero cominciato a suonare i Converge. C’è il tempo per una sigaretta, una chiacchiera con uno sconosciuto che mi fa i complimenti per la mia maglietta dei GY!BE, e poi subito si corre sotto il palco in attesa che quello spazio divenga una bolgia, un girone infernale di assatanati sudati e urlanti.

A mezzanotte cominciano i Converge che attaccano prepotentemente con ‘Heartache’, e se il concerto comincia con una canzone del 2006 vuol dire che oggi questi bastardi ripescheranno brani da tutto il loro repertorio, e che se davvero come si racconta domani dovesse finire il mondo non avrei nulla da rimpiangere. A quel punto un’ondata di gente si riversa sotto il palco, un’onda umana che a stento riesce a muoversi tanto è stretta e soffocante, eppure c’è spazio per qualche spallata, per qualche salto, per un accenno di headbanging che rischia sempre di infrangersi sulla testa di qualcuno che si trova davanti, o dietro, o di lato, tanto era il caos che si era creato. E se poi, non contenti, i Converge come secondo pezzo tirano fuori ‘Concubine’, allora sticazzi dei Maya voglio morire oggi stesso qui sotto questo palco. E il concerto non riesci quasi a vederlo, perché vieni sbalzato da una parte all’altra della sala, e se per caso esci dalla mischia ti ci rigetti dentro con tutto l’ardore che hai in corpo, e sfoghi tutte le tue frustrazioni e tutti i bocconi amari che sei costretto a masticare ogni santo giorno in quel piccolo assaggio di inferno, e non ti importa nulla dei pugni che hai preso dietro la schiena, nulla della botta che ti ha quasi bloccato il collo, nulla del calcio volante che ti ha preso in pieno nell’occhio e che di striscio ha toccato anche il labbro lasciandoti quel dolce sapore di ferro in bocca; perché io voglio morire adesso, urlando “there I’ll stay gold, forever gold”. E si susseguono una caterva di brani meravigliosi degli album precedenti, e i brani del nuovo album ‘All We Love We Leave Behind’ suonano pressoché identici come sul disco, e il primo singolo estratto ‘Aimless Arrow’ risulta travolgente, già annoverabile tra i massimi picchi espressivi di una band che di canzoni-capolavoro ne ha prodotte una quantità industriale. E così va avanti per un’ora più che abbondante, mentre il sudore permea tutte le magliette e schizza da una chioma all’altra, mentre qualcuno sente di non potercela fare e si allontana dall’apice del terrore. E invece lì in mezzo si continuava a rimanere soli con i Converge, perché tutte quelle spallate (e pure il calcio in faccia!) non le sentivi neanche tanto alta può essere l’adorazione che si può provare per una band di fenomeni simili. E da una parte mi dispiace che questo report sia così personale, e che deficiti molto di oggettività; ma ci sono cose che non si possono proprio vivere oggettivamente, e i Converge sono proprio una di queste.

Stefano Ribeca