Comeback Kid + Bane + My Iron Lung @ Traffic [Roma, 14/Maggio/2015]

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Ancora una volta il Traffic dimostra di essere una cornice più che appropriata per serate  all’insegna dell’hardcore punk. Una meta notturna per coloro che credono in questa sottocultura, che si sentono a casa se attorno a loro vedono quei dettagli che contraddistinguono un amante dell’hardcore. Che, anche se è strano, quando si scatena l’inferno sotto il palco, con tanto di pogo, mosh, circle pit, fa sempre un bell’effetto. Io sono qui stasera per i Comeback Kid e per i Bane, ma la lista di gruppi che si esibiscono include altre tre band che non conosco. Mi perdo totalmente Trey the Ruler, un ragazzo da Portland che a quanto pare fa tutto da solo in spoken words: peccato! Riesco a vedermi gli ultimi pezzi degli World Eater invece, dalla Germania, cazzuti quanto basta, riescono a riempire discretamente la sala considerando che sono solamente il secondo dei cinque gruppi che si esibiscono questa sera. Fuori c’è moltissimo merchandising che mi fa venire voglia di comprare tutto, sia per le grafiche delle magliette (quella dei Bane, semplice quanto fantastica), sia per i cd che non ho, come l’ultimo ‘Die Knowing’ dei Comebakc Kid.

Quando rientro stanno suonando i My Iron Lung, da San Diego. Bravi, indubbiamente, ma non riescono a prendermi molto. Sarà che ho voglia di  qualcosa di più potente e sto iniziando a fremere per i Bane, che arrivano poco dopo. Giusto il tempo di una birra e di un divertente scambio con dei ragazzi venuti da fuori:

- Ma secondo te, l’uomo è masochista?
– Bella domanda, io sicuramente… ma non so ancora il perché.
– Ci piace soffrire… oggi ho preso una multa perché ho parcheggiato male la macchina. Sapevo di correre il rischio, eppure l’ho fatto!
– Quando succede a me è perché penso di sculare.
– Devo andare a pisciare.

I Bane riempiono la sala del Traffic a dovere e propongono in scaletta pezzi come ‘Ante Up’, ‘Lost at Sea’, ‘Swan Song’, ‘Ali vs. Frazier’ e chiudono con ‘Can We Start Again’. Si abbandonano letteralmente sul palco, dando il massimo e tirando fuori uno show tiratissimo. Aaron Bedard si muove in continuazione, non perde mai il ritmo né la potenza nel cantato, mentre l’ex-Converge Aaron Dalbec sferraglia con la sua Les Paul. Mi godo lo spettacolo ancora da metà sala, concedendomi la libertà di uscire e rientrare senza problemi perché, nonostante l’affluenza, c’è ancora lo spazio per muoversi. Poi, finalmente, giunge il momento dei Comeback Kid. Mi posiziono davanti e durante il cambio palco riconosco gli ultimi entrati nella band di Winnipeg: Jesse Labovitz alla batteria e Ron Friesen al basso, poi i due chitarristi Stu Ross e il fondatore Jeremy Hiebert. Una volta settati microfoni, spie e volumi, entra in scena Andrew Neufeld. Qualche secondo dopo, sulla furia di ‘Talk Is Cheap’ si scatena l’inferno: un party violento in cui i festeggiati affrontano i partecipanti scaraventandosi addosso rabbia e frustrazione. ‘Wasted Arrows’ duplica il fomento grazie ai cori e un testo della madonna. Il pubblico dimostra tutto l’affetto facendosi male quanto basta e assecondando i suggerimenti di Neufeld a far partire i circle pit, sollevandosi da terra per arrivare sul palco e ricadere in testa alla folla, cantando a squarciagola e con i pugni in aria. Anche tra coloro che accompagnano la band a lato del palco c’è chi si tuffa senza esitazioni. Godo a sentire tutti i pezzi che preferisco come ‘All In A Year’, ‘False Idols Fall’, ‘Partners in Crime’ e ‘Broadcasting’. Si chiude come da copione con ‘Wake The Dead’ fortunatamente senza crolli o feriti: “We said, we said, we said, this time was gonna be different, wake up the dead!”. A cosa serve un concerto hardcore? Se sei ricettivo, capisci di non essere l’unico ad incazzarti e provare frustrazione quotidianamente. E che ci sono valvole di sfogo e approcci che possono aiutarti e addirittura renderti sano di mente. Devi solo svegliarti dall’intorpidimento.

Marco Casciani

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