Colin Stetson @ Auditorium [Roma, 16/Ottobre/2013]

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L’idea che ho di jazz va a coincidere spesso con quell’area di tale universo accompagnata da parole come “free” o “rock” (o “core”…). Suppongo dipenda in primis da i miei ascolti disordinati e compulsivi che hanno compreso nomi come John Zorn o, per rimanere sulle sponde nostrane, quelli Zu che, evviva evviva, sono ancora tra noi e al lavoro con Gabe Serbian alla batteria. Del resto, seguire per anni l’attività del trio di Ostia ha comportato varie scoperte, basterebbe la lista degli artisti con cui hanno collaborato e diviso palchi e dischi negli anni e che avrei collegato al jazz anche solo vedendo spuntare un sax qui e là, il punto semmai era quella sorpresa provata percependo la voglia di osare, di sperimentare, magari di usare in maniera totalmente inusitata gli strumenti, a scoprirne ed esplorarne le possibilità, anche per un neofita come me. Ho avuto poi modo di scoprire la musica di jazzisti che hanno ridefinito i confini del genere come Sun Ra e soprattutto Ornette Coleman: di conseguenza, scoprire un musicista come Colin Stetson, decisamente collocabile in area avant/free/sperimentale, è stato un piacere, arrivato quasi per caso. La cosa ridicola è che stiamo parlando di un’artista che ha una lista di collaborazioni grosse così, da Tom Waits agli Arcade Fire passando per Tv On The Radio, David Byrne e Bon Iver. E io invece l’ho scoperto solo imbattendomi in quel discone che è ‘To See More Light’ pubblicato su Constellation, terzo volume  della sua ‘saga’ ‘New History Warfare’ e a cui partecipa lo stesso Justin Vernon come voce in quattro brani, altra ragione ma decisamente non l’unica né la principale che potrebbe spiegare l’aver scoperto ora la musica di questo sassofonista americano di stanza in Canada, dato che il disco è pure stato candidato ai Polaris Music Prize, i Grammy canadesi.

Bellezza dell’album a parte, non mi sarei mai aspettato un concerto del genere: sul palco Stetson è solo, ci sono due sassofoni. Non c’è null’altro. E basta e avanza: c’è da rimanere a bocca aperta e rivedere la definizione “controllo dello strumento”, espandendone i confini. Nessun loop, nessuna base ma pare aver di fronte di volta in volta un’orchestra, una band post rock, una dedita ai drone, una elettronica: Stetson è un mostro della polifonia, abile a creare ritmiche con una sorta di tapping sui tasti del sassofono mentre produce sequenze di note circolari per le melodie e su queste, allo stesso tempo, aggiunge tutto il resto, quasi cantasse nel sax: su ‘Judges’ quasi trema il pavimento del teatro studio, poi sembra di udire una belva contorcersi prima di arrivare a una danza tribale, un’esplorazione continua e variegata non solo del timbro ma pure di ogni sfumatura possibile delle sonorità del sax basso, sua vera arma. E ancora non riesci a credere che là sul palco ci sia solo lui. ‘Who The Waves Are Roaring For’ sembra davvero una sequenza di ruggiti, pure con l’impressione che siano stati tecnicamente processati in qualche modo, e non si sente neanche l’assenza della voce di Vernon mentre ‘Part Of Me Apart From You’ è una vibrazione continua, viva e pulsante, un sovrapporsi continuo di tonalità basse, tanto per citare due delle composizioni dell’ultimo album splendidamente proposte. C’è spazio anche per alcuni intermezzi, con Stetson che saluta il pubblico e ne approfitta per riprender fiato ed eseguire alcuni esercizi per sciogliere muscoli e tendini. E c’è spazio per alcune esecuzioni al sax alto: ‘A Dream Of Water’ è uno spettacolare sfoggio di tecnica, velocità e perfezione d’esecuzione, poco più di tre minuti vorticosi, davvero un sogno nel mezzo di una tempesta. Un’ora da ricordare che certifica l’appartenenza di Colin Stetson ad un’unica cerchia possibile: quella dei fuoriclasse.

Piero Apruzzese