Coldcut @ Monk [Roma, 27/Ottobre/2017]

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Matt Blake e Jonathan More stanno sul beat da oltre trent’anni. Nati artisticamente in una radio pirata inglese nella prima metà degli anni ottanta, dal 1986 producono musica con il moniker di Coldcut. Innovatori dell’arte del djing, furono tra i pionieri nell’uso creativo del cut-up dei samples, estratti spesso da dischi poco conosciuti e fatti rivivere in nuove composizioni musicali. Nel 1987 realizzano “Say Kids: What Time Is it”, che fu il primo brano interamente composto da campionamenti nella storia della musica inglese ed entrò di diritto nel patching di “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S. Fondano la loro etichetta “Ahead Of Our Time” con cui pubblicano il singolo “Beats + Pieces”, che, a detta dei Chemical Brothers, anticipò di quasi un decennio l’estetica del big beat. Sempre nello stesso anno, il loro remix di “Paid In Full” di Eric B. & Rakim, dona loro notorietà ben oltre la sfera breakbeat e hip hop, grazie anche al famoso sample vocale di Ofra Haza. Nel 1988 pubblicano il singolo dance “Doctorin’ The House” in cui esordisce alla voce la cantante Yazz e fondano il collettivo multimediale Hex, che si occuperà non solo di musica, ma anche di videoclip, arte visiva e grafica 3D. Nel 1989 è la volta del singolo house “People Hold On”, che raggiunge le vette delle classifiche un po’ ovunque e vede il battesimo artistico di una giovanissima Lisa Stansfield, facendo da traino per l’album d’esordio “What’s That Noise”. Incastrano collaborazioni diverse ed eclettiche, dal rap di Queen Latifah, al reggae di Junior Reid, fino all’indie di Mark E Smith. Il secondo album “Some Like It Cold” del 1990, segue le orme del primo, mentre con “Philosophy”, uscito per Arista nel 1993, abbracciano una produzione più pop e sfoggiano persino una sezione d’archi di trenta elementi per il singolo “Autumn Leaves”. Nel 1990 fondano la Ninja Tune, etichetta che nel tempo godrà di grande fama e credibilità nell’ambito dell’universo elettronico. Inizialmente nasce per dare sfogo artistico al loro sideproject Dj Food, con cui tra 1990 e 1995 pubblicheranno cinque album di jazz breaks e il capolavoro “A Recipe For Disaster”. Sarà il loro modo di sondare per bene il trip hop, prima di uscirne e lasciare questo progetto in altre mani. Nel 1996 realizzano “70 Minutes Of Madness”, un dj mix che da molti è considerato il migliore nel genere. Nel 1997 produrranno il primo lavoro a loro nome per Ninja Tune, “Let Us Play!”, che rappresenta probabilmente il loro apice creativo e mischia molti generi diversi: trip hop, drum’nbass, funk, ambient, dub, jazz e musica etnica. Il disco è un omaggio alle proprie influenze e mette un punto sulla carriera svolta finora, fregiandosi di molti ospiti illustri, come ad esempio Grandmaster Flash, Jello Biafra e Talvin Singh. Negli ultimi vent’anni hanno prodotto vari remix, qualche singolo e diverse collaborazioni con artisti di calibro, oltre a dedicarsi alla passione per i video, le installazioni audio-visive e alle sonorizzazioni cinematografiche e teatrali. Gli album con materiale inedito saranno soltanto due. “Sound Mirrors” nel 2006 ha una connotazione politica ben forte nella consueta forma elettronica e breakbeat ed ospita artisti come Jon Spencer, Roots Manuva e Saul Williams. “Outside The Echo Chamber”, uscito nel maggio di quest’anno, è una collaborazione a sei mani con Adrian Sherwood, a doppio nome con On-U Sound e sviscera ritmi in levare avvalendosi dell’ausilio di vari ospiti, tra cui spicca Lee Scratch Perry. La promozione del disco è l’occasione per vederli in azione stasera al Monk.

“It’s family affair!” esclama sornione Blake entrando sul palco e non solo per l’esigua quantità di pubblico che trova ad accoglierlo. Vuole anche sottolineare la presenza di sua moglie ai video ed il figlio di More alla voce e al kaoss pad. Tutti e quattro fronte palco a condividere lo stesso lungo tavolo dove e poggiata tutta la strumentazione. Laptop, mixer, i pad e i campionatori, grande mestiere e un po’ di sana follia, questi gli ingredienti della serata. Si parte con il remix di “Paid In Full” ed è subito back in the days! A seguire hip hop e funk prendono inizialmente il sopravvento. Blake è il più istrionico anche fisicamente, a volte sembra persino goffo nel pigiare il pad, mentre More è quasi sempre chino sui suoi strumenti, forse quasi appesantito dalla coppola che indossa. Sullo schermo vengono proiettati volti di personaggi famosi, musicisti e artisti si mischiano con paesaggi, immagini circensi, cartoni animati e video astratti, sia dalle tinte forti che dai colori tenui o anche in bianco e nero. La video artista con una piccola telecamera campiona immagini live e le miscela con le altre, ottenendo un effetto interessante. Nel frattempo ritmi spezzati fanno da bordone a samples vocali di vario genere, scratches, echi di musica classica, ritmi tradizionali vari e accenni di colonne sonore eventuali. Il giovane vocalist interviene di rado, con fare quasi radiofonico e con garbo, anche quando sfiora la modalità dance hall. Un piccolo problema tecnico disturba la prima mezzora di show. Ogni tanto un contatto esclude per qualche istante l’audio di un pad di Blake. Nulla di grave, anche se quando il groove prende il sopravvento e il fatto accade, seppur breve, si genera un effetto tipo coito interrotto. Ad un certo punto il musicista avrà la brillante idea di rovistare nella sua borsa, trovare un cavo e sostituirlo al volo risolvendo il disguido. Il concerto decolla ed è un susseguirsi di richiami differenti. Una commistione di suoni etnici ed elettro funk, stacchi space e visioni oniriche, suggestioni indiane e melodie arabiche, dub e ragga. Non solo old school. Si dispensano rap e indie, synth e voci effettate, basse profonde e ritmiche grasse, big beat e drum’n’bass, techno e idm. Tutto viene setacciato con la testa, il cuore e la pancia. Un frullato di tre decadi di musica servito ai pochi commensali, che lo consumano con piacere, abbandonandosi alle danze. Un viaggio nel tempo forse a volte nostalgico, ma non patetico, dove i ricordi si inseguono, si confondono e si ritrovano nella mente dei presenti. C’è spazio per tutto e senza pause, in un deja vu che richiama l’immagine di una chiacchierata con un vecchio amico che non vedi da tempo. Nel calderone ci sono i singoli che li hanno caratterizzati, tutti tranne “Doctorin’ The House”, alcuni appena accennati come “Christmas Break”, altri in parte stravolti come “People Hold On” e “True Skooll”. Nel mezzo ci sono brani di altri artisti ed è bello vedere Blake e il figlio di More cantare tra loro i brani hip hop che propongono. Inoltre si lasciano apprezzare molte digressioni più squisitamente elettroniche ed alcuni stravolgimenti formali delle strutture. Chiudono la prima parte con una gran bella versione di “Pan Opticon”, di cui alcuni ricorderanno il video con le motoseghe montate a tempo, realizzato per denunciare il disboscamento selvaggio dell’Amazzonia nella seconda metà degli anni novanta. Il bis è un lungo brano reggae che varia in ragga e chiude dub, sporcandosi di dubstep. Soltanto uno, poi chiudono e ringraziano. Nell’ora e mezzo di show c’è qualche passaggio che convince meno di altri, ma l’impressione generale è di grande genuinità e l’effetto ottenuto è esattamente quello desiderato alla vigilia.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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