Cold Cave @ Traffic [Roma, 25/Gennaio/2014]

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Cominciamo subito con il dire che i Cold Cave non suonano e non sono post-punk, ma rappresentano più che altro il risultato di un naif collage tra darkwave, noise e synth pop. Chiarito questo non si cadrà in facili delusioni se vedendo Wesley Eisold cantare dal vivo si avrà come l’impressione di trovarsi di fronte ad un rapper americano dal viso pallido e liscio, capello appena lavato e piastrato, fisico asciutto ed estetica da ultimo grido. E purtroppo si, a volte il bel sound richiama alla vista realtà che forse non avremmo mai voluto vedere e personaggi che nella nostra mente appaiono molto più forti, tosti, crudi e crudeli di quanto poi lo siano dal vivo. Questa in sostanza l’impressione visiva nell’assistere alla performance live dei Cold Cave al Traffic di Roma. Club semi-gremito, pubblico eterogeneo, persino qualche faccia non proprio giovanissima – segno della probabile levatura dell’artista in grado di richiamare a se orecchie più sature e mature -, tavolini vari di merchandising sparsi qua e là, piattaforma fonico/tecnica piuttosto importante e gioia immensa nel vedere finalmente sul palco solo ed esclusivamente synth, tastiere, microfono e neanche l’ombra di un Mac. Mezzanotte circa ed ecco apparire Wesley con l’immancabile felpa nera a cappuccio, anelli e collane in un stile appunto più rap che coldwave, ciuffo tirato a lucido probabilmente da un ultima piastrata prima di salire su scena e aggiungerei – ma forse resta solo un’impressione – manicure fresca da centro estetico. Al suo fianco una giovane donna dai capelli lunghi e scuri, protagonista in un solo brano di una mezza incursione canora, fortunatamente poi non ripetuta a fronte di un più saggio e onesto lavoro di tastiere. E sin dalle prime note il synth suonare c’è tutto, dapprima un pò timido e confuso poi pian piano – sull’inizio del terzo pezzo in scaletta – sempre più nitido e pulito, grazie alla sana opera di equilibratura apportata del tecnico del suono, relegato come sempre sul fondo della sala. Wesley non sembra dimostrare i suoi 35 anni e la sua famigerata esperienza, appare più che altro come un bambinetto che saltella leggero ed entusiasta al ritmo del suo sound e a vederlo dall’esterno più che ad esserne trasportati, si è pervasi da un sentimento di tenerezza prima e delusione poi, quando a mò di  adolescente in crisi, su perle di brani come ‘A little death to laugh’, prova forzature vocali estreme che storpiano e trasformano ciò che dovrebbe essere un sacro pezzo cold, in uno sfogo ad urletti isterici poco ben calibrati. Fortunatamente il freddo, l’indifferenza acustica e il cupo cantare che ci si aspetterebbero vengono poi finalmente soddisfatti nei brani di chiusura come ‘People are poison’ e ‘Underworld USA’. Il genio c’è e non lo si può negare, la presenza scenica forse meno, causa della stesso marziale e virile immaginario che Wesley costruisce con l’oscura intensità della sua voce, ma che su palco viene clamorosamente smentita e distrutta da un femminile e leggiadro atteggiare. Contraddizioni forti che possono dividere, deludere o piacere. De gustibus non disputandum est, cosi come delusi o meno, non viene certo messa in discussione la qualità dell’artista da ascrivere senza ombra di dubbio nell’elitaria e sempre più ristretta cerchia dei geni del synth.

Daniela Masella

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