Colapesce @ Locanda Atlantide [Roma, 20/Marzo/2012]

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“Colapesce è una leggenda siciliana del XVI secolo”. Quello che wiki non sa è che ora Colapesce non è più sto leggendario nuotatore dei secoli andati, ma l’autore (secondo il nostro direttore talebano che ne ha scritto qui – leggi) del disco italiano del 2012 già nei primi giorni di gennaio. A Roma arriva la primavera e il tour di ‘Un meraviglioso declino’. Locanda Atlantide semideserta quando sul palco sale Oratio duo (piano e chitarra) capitanato da Andrea Corno, anche lui dalla Sicilia, ottima voce, in 30 minuti e 8 canzoni mi convincono ad approfondire il loro secondo disco uscito in questi giorni.

Si fanno le 23 e 05 lampade al neon blu si accendono sul palco. Buio in sala. Buio sui musicisti e gli attori noti presenti tra il pubblico. Escono i cinque. Lorenzo Urciullo ha il casco d’astronauta per la prima ‘Restiamo in casa’ (‘I ginocchi’ invece de ‘le ginocchia’ sono una licenza poetica?). Intanto i fogli bruciano davvero. Come sul disco a metà canzone l’intimità si fa tsunami. La voce invece arriva in maniera strana, non sembra quella del disco, il suo modo di cantare, gli effetti, o forse il posto, l’impianto, ma qualcosa non quadra. Sul palco tanta concentrazione e emozione. Quasi tensione. Via il casco ingombrante, ora sulla giacca ci sono dei fili di luce come quelli che solitamente mettete sugli alberi di Natale. Parte la versione aggressiva di  ‘Un giorno di festa’, poi la sinuosa ‘Satellite’. La voce mi suona meno strana, forse mi ci sto abituando. In parecchi cantano le canzoni a memoria. I primi saluti. Poi ‘S’illumina’: le corde a vuoto della Tanglewood, lo sguardo perso chissà dove, e un crescendo bello potente. S’accendono le luci dell’albero. Prima del debutto c’era un EP, da cui si recupera ‘Fiori di lana’, poi tornando al declino ‘Quando tutto diventò blu’. Applausi. Non abbastanza. “Tirchi!”. La band esce, resta solo Urciullo. A cappella la strofa di ‘La distruzione di un amore’, vette di poesia. Come su ‘Oasi’: i viaggi in autostrada con la donna dei sogni, le dinamiche d’appartamento, la precarietà, l’incertezza, le soffrenze d’amore, trecento anime si ritrovano insieme. La sinistra nel per-niente-meraviglioso declino di ‘La zona rossa’. “Le teste di minchia ci sono anche a Roma?”: ‘I barbari’. “Questa è l’ultima”. ‘Bogotà’, le insonnie, il tempo perso. 55 minuti. Volati. Bis. Coverizzando Leo Ferrè, cantautore sottovalutato: ‘Niente più’. Poi ‘Sottotitoli’ e ancora dal 1° EP ‘Amore Sordo’ suonato con una lunga coda rock in tempo disparo. Chiusura di nuovo in solitaria ‘Sera senza fine’ col pubblico romano che anche nel finale non si dimostra troppo partecipativo. Lorenzo Urciullo: la mente, figura colta e carismatica che trasuda sensibilità, uno sguardo malinconico e scintille di genio. La band, il braccio, sono il bel Sindona, Valente (già sezione ritmica di Urciullo negli Albanopower) e Cantone, forse anche un filo di troppa sostanza sonora rispetto all’equilibrio leggero di speranza e pessimismo che caratterizza questo folgorante esordio. Andate e scrivetene la pagina di wikipedia. Scambiatevi un segno di pace.

Giovanni Cerro

Produzione: Ausgang

2 COMMENTS

  1. [/me Marino Bartoletti mode on]letto e imparato che Ginocchi è tanti ginocchi di persone diverse. Tipo: “partita di calcio molto dura questa, con entrate maschie sui ginocchi” mentre se fa riferimento alle 2 ginocchia di una stessa persona tipo “sento tremare le ginocchia” si usa la A. Ergo. Licenza poetica. YEEEESSSS. [/me Marino bartoletti mode off] … per la precisione. 🙂

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