Codeine @ Locomotiv Club [Bologna, 31/Maggio/2012]

884

“D because you pay the rent”. Questo verso nella prima strofa della prima canzone del primo album dei Codeine mi colpì moltissimo, allora. Ho sempre avuto un debole per le canzoni d’amore che non temono di dire le cose. Tutte, fino in fondo. Comprese quelle meno…virtuose? Ancor prima, quando ero davvero piccino, c’era ‘World Full of Nothing’ dei Depeche Mode che diceva “though it’s not love it means something”. E molte altre, sparse qua e là tra i miei dischi, le mie cassette e non così tanti CD. D, per i Codeine, è anche la prima canzone del set di questa sera al Locomotiv di Bologna, unica tappa italiana del trio resuscitato per una breve serie di concerti che tornerà a disintegrarsi dopo la data newyorchese di metà luglio. Prima di loro qui a Bologna due gruppi nostrani dall’indole ben poco nazionalistica, a riprova che la cultura che ci forma e tira su, spesso, è apolide. I Comaneci, a mio modesto parere, vincono a mani basse con  le loro canzoni per doppia voce, chitarre e banjo che fanno dell’essenzialità in duo una solida, efficace e piuttosto raffinata formula mentre il combo fondamentalmente strumentale ‘Anni Luce’ fa meno presa sulla mia attenzione.

Infine il boccone del prete della serata, e sul palco sale il trio americano. Non ci troviamo di fronte alla reunion di annoiati figuranti col pilota automatico inserito venuti a batter cassa nei salvadanai di chi vent’anni fa aveva vent’anni e forse, stasera, vuole averli ancora. L’effetto nostalgia è agilmente fugato. Almeno sul palco. Stephen Immerwahr (voce e basso), Doug Scharin (batteria) e John Engle (chitarra) sono, per quel che pare, decisamente in forma. Addirittura, per usare parole loro, “if not cheerful at least not unhappy”. E noi gli crediamo. La band – che a detta dei più è stata inequivocabilmente tra i fondatori consapevoli e non dello slowcore, genere che tanti bei dischi sparse come spore negli anni ’90 – snocciola senza timore nè tremore molte delle canzoni della loro breve e intensa produzione. Produzione arrestata sì diciotto anni or sono, ma appena ristampata in un lussuoso cofanetto onnicomprensivo + inediti intitolato ‘When I See the Sun’. E’ chiaro che dei tre Immerwahr è quello che, per ruolo e probabile indole, non nasconde il desiderio di condurre la truppa. Altrimenti non avrebbe scritto dei testi così, non parlerebbe quasi sempre al singolare e non tradirebbe la sua apparente glacialità imbracciando un Fender Jazzbass così rosso come quello di stasera, dai. Sarà per le mie fisime cinefile, ma mi ricorda il Soderberg di “Schizopolis”. E anche un poco un marine di provincia. Sharin sembra l’amico di Paul Giamatti in “Sideways” mentre Engle non stonerebbe tra i colletti bianchi di “JFK” o “Mississippi Burning”. Molti sostengono che le caratteristiche dei Codeine – voce distaccata su liriche quasi Carveriane, ritmiche dilatate, ipnotiche e chitarre affilate che prima fendono l’aria e poi lasciano sgretolare le ossa dell’accordo – siano sostanzialmente rimaste immutate nei dischi e negli anni. C’è del vero, indubbiamente. Ma non con un’accezione negativa. E non dimentichiamo mai che ci troviamo di fronte ad una band che ha fatto del proprio linguaggio in toto “la” canzone. Ben oltre le singole tracce – peraltro spesso pur belle – che stasera tornano a respirare on stage. Non molti, nella grande famiglia slowcore, possono dire lo stesso. Le canzoni dicevamo. ‘D’… ‘Cigarette Machine’… ‘Pea’… ‘Loss Leader’… ‘Tom’… e via così. Foto essenziali, nude, mai gratuite, che comunicano senza gridare. Ci si deve fidare, sposare la causa come i grandi bluesmen che fanno sempre la stessa danza, over and over again. E alla fine sublimano lo spazio intero, mica solo un stellina di stagnola appiccicata lassù. Ci raccontano tutte le storie, ripetendo sempre la stessa. E’ stato bello e importante, per chi c’era, essere testimoni di questo revival tutt’altro che nostalgico di una band che ha dimostrato certamente di essere ancora “là”, dove è sempre stata. E dove l’abbiamo ritrovata, ora come allora, immobile e preziosa.

Giuseppe Righini