CocoRosie @ Villa Ada [Roma, 30/Giugno/2015]

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Come due nobili decadute. Di quelle che ti accolgono in casa con i capelli arruffati e la vestaglia stropicciata. Mentre tutt’attorno si respira aria chiusa, odore di polvere e di un passato glorioso. Ritrovo le CocoRosie con questa strana idea per la testa che mi accompagna per tutto il tragitto stradale che mi separa dalla luce riflessa sul laghetto di Villa Ada, splendido polmone verde nato nel XVII secolo come sede del Collegio Irlandese. Quanta letteratura si è sprecata per le sorelle Casady. Quante leggende e luoghi comuni ancora si leggono e si sentono. I tempi però sono cambiati. I tempi di Kenzo e Miuccia Prada lontani anni luce. Il freak folk non fa più paura e della favola verbosa che le due americane amavano spesso raccontare non vi è quasi più traccia. Rimane una sinistra aura di minimalismo sacro, la devozione verso l’auto-tunage, l’intercambiabilità en travesti di una lezione che riporta al riferimento alto Klaus Nomi e alle spericolate arditezze d’operetta che han reso grande e famoso il gruppo californiano Cockettes. Primitivismo blues e folk hawaiano (il sangue non mente), esperimenti d’elettronica e hip-hop, Billie Holiday e Björk, l’ancestralità prima di tutto. Il set del quartetto non si discosta poi molto da quello proposto due anni fa in questa stessa cornice di giugno ricamata (setlist contraddistinte come sempre da enorme staticità), ma la risposta del pubblico (60% femminile) è assai corposa e ben disposta. Sierra e Bianca di stracci vestite (con menzione di merito ai calzini Stripe Calf). Installazione vivente accompagnata dal prezioso manipolatore nipponico e dal funambolico beatboxer parigino Tez (che quasi nel mezzo dello show si produrrà nel collaudato strepitoso “solo”). Alternanza quasi matematica di brani riusciti e meno riusciti. Di brani coinvolgenti/ammalianti/seducenti e altri barbosi/tediosi/monotoni. Le piccole diavolerie di Bianca (attesa da un album solista) non si sposano più così bene con la classicità interpretativa di Sierra (insieme al lavoro sul sesto capitolo discografico) e quella polvere sul mobilio dei Casady spesso appare invalicabile. Ma la toccante ‘Tears For Animals‘, l’immancabile rivisitazione di ‘Turn Me On’ di Kevin Lyttle (uno dei più riusciti stravolgimenti musicali degli ultimi due lustri), la favolistica ‘‪R.I.P. Burn Face‬’, l’atavica ‘End Of Time’ e l’islandesissima ‘Harmless Monster’, sono certamente squarci di luce vivissima. CocoRosie, teneramente insopportabili.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore.

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