Coast To Coast. Alla scoperta dei nuovi fenomeni a "bassa fedeltà". New edition!

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“I only have a couple of the LPs so my nerdy lifelong goal is to acquire the entire ‘Girls In The Garage’ series”. In questa candida ed ingenua ammissione di Kristin “Dee Dee” Gundred c’è riassunta tutta la semplice verità di un “fenomeno”. Quello che da poco più di quattro anni sta compulsivamente rimbalzando(si) tra New York (Brooklyn,  per l’esattezza) e la California (del nord, per l’esattezza). Parole quella della “signora” Dum Dum Girls che non nascondono un’evidente lacuna storica nel proprio background personale e allo stesso luogo dichiarano senza mezze misure da quale scatola del tempo sia stata dissepolta quell’idea di “sound”. Dalle compilazioni oscure e minori dell’universo garage. Puppets, Chymes, Beattle-ettes, Models, Belles… nomi di perfette sconosciute spuntate come funghi all’ombra dei colossi di ‘Nuggets’ e degli alter ego di ‘Pebbles’. Questo ricco sottobosco di grezzi artefatti vintage è uno dei pochissimi termini di raffronto e ispirazione che saranno utili per comprendere al meglio il viaggio appena affrontato.

Dunque gli anni ’60 delle pullulanti e ribollenti cantine americane pronte a coltivare sogni di gloria, ma soprattutto gi anni ’60 dei cavalloni dell’oceano fronte California. Gli Stati Uniti racchiusi semplicisticamente – ma solo in apparenza – nella gioiosa parola “surf”. Il salto temporale che unisce i puntini della storia ritorna sulla costa Est. New York. Forest Hills per la precisione. E’ qui che muovono i primi passi quelli che la storia consegnerà agli annali come Ramones. Il tutto torna musicale che apre e chiude i cerchi della propria vita concentrica. Dalla metà degli anni ’70 ai germogli della decade successiva. Ancora un balzo. Verso il rigoglioso quinto continente. La Nuova Zelanda. La Flying Nun, il kiwi rock, la deliziosa città di Christchurch, il concepimento del Dunedin Sound eretto da quel manipolo di temerari che ancora oggi vengono portati a inevitabile e inesauribile fonte d’ispirazione. Sperimentazioni lo-fi, minimalismo, il pop dei VU, tra delicati incroci e innesti di levigata elettronica e post punk. The Clean, The Chills, The Bats, The Verlaines, The Bilders, Gordons e Terminals. Nomi di (apparenti) perfetti sconosciuti che hanno fatto grande una nazione. Hanno fatto grande un’epoca.

Il forte sapore britannico in quegli anni si propaga soprattutto dalla Scozia. Dalla Postcard ma non solo. Da una serie di band che apriranno strade ed erigeranno ponti. Edimburgo 1984. Gli Shop Assistants vedono la luce e con loro una serie di importanti correlazioni. La label 53rd & 3rd Records (è il chitarrista David Keegan ad esserne il titolare), i magnifici The Pastels (vedi line-up), i glasowegiani The Vaselines che pubblicano l’esordio (rimarrà unico fino al deludente ritorno di questi giorni) proprio sulla label dei cugini edimburghesi. Quel ‘Dum-Dum’ preso dichiaratamente come spunto per il nome della creatura della Kristin Gundred. Qualche anno prima era stata posata una pietra miliare. Dal mai troppo considerato Galles. Quel ‘Colossal Youth’ dei recentemente rivampati Young Marble Giants che assieme al debutto dei Joy Division può e deve considerarsi, totemico esempio di paragone che influenzerà generazioni e ovviamente condizionerà la “scrittura” dei nostri protagonisti presi al vaglio in questo speciale.

L’Inghilterra non manca certo all’appello se si prende in esame il sound seminale della Creation Records e in seguito quello splendidamente di “nicchia” della bristoliana Sarah Records. Label che racchiudono le nuove essenze della frontiera sonora made in UK. I già citati Pastels, i Talulah Gosh, Jesus & Mary Chain, Teenage Fanclub, Field Mice. Sono solo alcuni dei “grossi” calibri che lasceranno che il seme venga raccolto fino ai giorni nostri.

Spostiamo le lancette poco più avanti. Al 1989. Con in testa l’idea della seminale K Records (vedi speciale Twee Pop) nasce a Washington D.C. la Slumberland Records. Successivamente in un perfetto coast-to-coast si trasferirà ad Oakland (California) senza di fatto modificare piani e programmi. Etichetta fondativa per l’indie a bassa fedeltà della seconda decade del nuovo millennio, viene diretta da Michael Schuman, musicista coinvolto in una delle formazioni di maggior culto e riferimento di quel periodo: Black Tambourine. Un pizzico di Phil Spector, un altro di J&MC, una buona dose di Ramones e tanto condimento anglo-scozzese. Quasi in concomitanza dalla rispettata K Records, da Sacramento, spuntano fuori a lasciare il loro verbo le Tiger Trap. Altro nome – misconosciuto quanto essenziale – che nel giro di un solo anno e un solo album (l’omonimo del 1993) si inseriscono di dovere nel novero delle migliori formazioni indie pop americane a cui dobbiamo affiancare assolutamente Beat Happening, Tullycraft e Honeybunch.

Il quadro delle origini è pressochè completo. Un puzzle ricomposto con cui i nuovi adepti dei volumi a bassa fedeltà hanno giocato e non poco in adolescenza. Una generazione nata sulle due sponde dell’oceano. Una generazione che vanta ancora pochi protagonisti ma che è sicuramente destinata numericamente ad aumentare. Andiamo a vedere nel dettaglio cosa abbiamo ricevuto in dono dal “movimento”. Dividendo per convenienza il fronte in due parti distinte: New York e la California.

[NEW YORK 2010]

Giovani, arruffati e stralunati. Esattamente dieci anni dopo l’avvento culturalmente destabilizzante degli Strokes, la grande mela assiste (o prova a farlo) ad un altro smottamento dall’underground (per misurarne la reale intensità dovremmo necessariamente risentirci fra tre anni almeno), che questa volta non arriva dai palazzi della Quinta Strada, non ha le facce pasciute dei figli di papà Casablancas o Moretti, ma quelle decisamente più sguaiate, antiestetiche e un tantinello più “punk” dei titolari di band che fino a ieri si nascondevano a giocare a Coney Island. La più “longeva” di queste è senza dubbio quella dei Crystal Stilts (live Roma 2009) nata nel “lontano” 2003. Indie rock dall’essenza variopinta ben udibile dal debutto omonimo del 2008. La batterista Frankie Rose (già nelle Vivian Girls e in seguito anche nelle Dum Dum Girls) farà parte della formazione per un breve periodo.

Nel giro di un paio d’anni le Vivian Girls sembrano aver già perso lo smalto e l’urgenza degli esordi. Da quella serie di ruvidi singoli che hanno anticipato l’esordio omonimo (2008) al meno esaltante successore ‘Everything Goes Wrong’ uscito nell’estate del 2009, che ha avuto un ottimo seguito in ‘Share The Joy’. Smania e iper-prolificità che danno alle stampe il disco omonimo del side-project The Babies in cui Cassie Ramone si affianca a Kevin Morby (Woods) e Justin Sullivan (Bossy). Due band solo apparentemente minori di Brooklyn la seconda delle quali durata tra il 2006 e il 2007 con un disco postumo uscito nel 2009. Ma certamente i riflettori vanno puntati obbligatoriamente sui quattro Woods che rappresentano un piccolo grande culto in una Brooklyn che ha già registrato ben sette loro album, compreso il nuovissimo ‘Bend Beyond’ pubblicato dalla Woodist, label fondata dal leader cantante Jeremy Earl. “A distinctive blend of spooky campfire folk, lo-fi rock, homemade tape collages, and other noisy interludes, all anchored by deceptively sturdy melodies”.

Pseudonimi, titoli, nomignoli, tutto preso in prestito dalle influenze a loro più congeniali. Un atto dovuto di una giovinezza racchiusa in camerette strette e disordinate piene di poster e memorabilia spiccia. Non è tutto. Uscito recentemente anche il secondo album della Katy Goodman con lo pseudonimo La Sera e in dirittura d’arrivo sembra(va) essere ‘Zenith’ della stessa Cassie.

A Mike Sniper è bastato poco. Scrollarsi di dosso la sua vecchia band garage-misto-punk creata a sua immagine e somiglianza (D.C. Snipers), avere la fortuna di poter passeggiare quotidianamente su qualche fetido marciapiede di Brooklyn, inventarsi la piccola label Captured Tracks dove dar sfogo al divertimento proprio (dunque Blank Dogs e Mayfair Set) e altrui (Beach Fossils, Wild Nothing, Thee Oh Sees…), mettersi un cappuccio felpato in testa tanto quanto basta da creare “il mistero”, realizzare un paio di album (senza contare release minori come importanza e minutaggio) che furbamente abbracciano ere e generazioni, arrivando a toccare Lou Reed, new e cold wave, synth pop, retaggi C-86 e confluendo nella stessa strada battuta da coetanei a tinte lo-fi (si leggano Wavves piuttosto che Crystal Stilts). Oggi i Blank Dogs sono a tutti gli effetti una band, anche se l’incidenza della mano di Sniper sulle decisioni finali rimane altissima, se non totalitaria, in un progetto che desta e risveglia morbosa curiosità. Con la bella Dee Dee (aka Kristin Gundred) Blank Dogs si coinvolge piacevolmente nel progetto The Mayfair Set. Una sorta di mix delle personali esperienze che debutta sempre su Captured Tracks con il singolo ‘Already Warm’. Distorsioni e lo-fi a ritrovare pezzi di quel puzzle storico di cui sopra. Nel 2009 ecco l’EP ‘Young One’ via Troubleman Records.

Dunque le Dum Dum Girls. Con in tasca ancora la cassettina C-86. Con in testa i cori e le armonie sozze delle garage band all female degli anni ’60. Con quei singoli a girare all’infinito sul piatto di casa dei Black Tambourine. ‘Dum Dum Boys’ di Iggy Pop e appunto ‘Dum-Dum’ dei The Vaselines. Eccolo il mondo della Dee Dee. Singoli, 7″, compilazioni, partecipazioni, piccoli approdi discografici. Mentre il tam tam (o il dam dam sarebbe più corretto!) si fa sempre più “allargato” tanto che non abbiamo timore a sentenziare che sono e saranno proprio le Dum Dum Girls il gruppo di punta di questo movimento. Se le Vivian Girls hanno già perduto l’appeal, se i Crystal Stilts devono confermarsi, se i nuovi arrivi dovranno farsi valere sul campo e contro il tempo, Dee Dee e compagnucce hanno già le carte in regola per l’affermazione totale. Non a caso è stato Richard Gottehrer (The Go-Go’s e Blondie giusto per citare altre belle fanciulle) ad occuparsi della produzione del debutto ‘I Will Be’ (in origine doveva chiamarsi ‘Jail La La’), non a caso è stata la Sub Pop a volerle fortemente sotto la propria cappella per rilasciare il secondo ‘Only In Dreams’ (settembre 2011), a cui seguirà entro breve il terzo capitolo.

Una grande promessa. La più influenzata dai sapori twee britannici e da stille di ricordi shoegaze. The Pains Of Beign Pure At Heart. Mistura accattivante. Furba. Dolce e docile allo stesso tempo. Il 2007 è l’anno del parto, il 2009 quello del primo album omonimo di cui si prende cura la Slumberland. Non felicissime le esibizioni live. Riscatto che però arriva nel marzo 2011 con il riuscitissimo flavour di ‘Belong’. Nel mezzo il batterista Kurt Feldman continua a portare avanti i Depreciation Guild che dopo un EP nel 2006 arrivano all’esordio con ‘In Her Gentle Jaws’ (2010). Il chitarrista Christoph Hochheim invece sta per debuttare col suo alter ego Ablebody, attraverso l’EP ‘All My Everybody’ pronto a fine gennaio 2013.

Tra i nuovi arrivi allora si segnalano sull’onda lunga di singoletti ben assestati i Beach Fossils e i The Drums. I primi sono neonati (2009) giunti all’esordio omonimo su Captured Tracks, i secondi arrivano da precedenti esperienze come Goat Explosion (Jonathan Pierce e Jacob Graham) per poi dividersi e continuare in altri progetti (Horse Shoes, Elkland) prima di ritrovarsi ancora nel 2008 e muovere dalla Florida alla volta di New York. E’ la Moshi Moshi a pubblicare il fortunato singolone ‘Let’s Go Surfing’ che diventa ben presto tormentone estivo e punto di un (nuovo) riferimento sonoro. Il disco ‘The Drums’ fa capolino in UK a primavera e gli effetti in USA si sono avuti in autunno quando l’album ha avuto la sua completa distribuzione. Similissimi come estrazione. Similissimi saranno come fortuna anche se nel mezzo del tour assieme ai Surfer Blood il chitarrista Adam Kessler decide di lasciare la band. Una volta sostituito The Drums hanno quasi subito schedulato il nuovo disco ‘Portamento’ fuori a settembre 2011. I Beach Fossils prima di tornare col nuovissimo ‘Clash The Truth’ han visto nascere i progetti paralleli DIIV (di Zachary Cole Smith) e Heavenly Beat.

Frankie Rose è l’anello di congiunzione di una buona parte della scena newyorkese. Passata per Vivian Girls, Crystal Stilts e Dum Dum Girls, ha quindi deciso di mettersi in proprio, formando Frankie Rose & The Outs. Dalla batteria alla chitarra/voce a guidare un quintetto. La Slumberland per casa. Come faro l’inarrivabile Maureen Tucker, come suono i riverberi J&MC e le leggendarie partiture dei VU. Ma anche dream pop e Spacemen 3. L’esordio omonimo è arrivato il 21 settembre 2010, più recentemente bissato dall’ottimo ‘Interstellar’ (2012).

La New York sotto esame si conclude segnalando i prime-mover Cause Co-Motion!, vicini però al versante post punk (Wire ad esempio), dal 2008 presi dalla solita Slumberland ma sicuramente deficitari in personalità e puro gusto musicale. Continuando con il sestetto da rivalutare Golden Triangle, capace di ibridare pruriti noise, ricordi garage e vicinanze con le Vivian Girls, il tutto convogliato alla Sub Pop (‘Double Jointer’ uscito ad inizio 2010) dopo una serie invadente di piccole uscite. E infine accendendo una luce fioca sui Veronica Falls, nati nel 2009 da esperienze come Sexy Kids e Your Twenties, molto vicini al sound dei gloriosi The Chills, autori di due album: il primo omonimo edito nel 2011 e il secondo in dirittura d’arrivo dal titolo ‘Waiting For Something To Happen’.

[CALIFORNIA 2010]

Meno rigida di New York. Più aperta e votata alla contaminazione. La California si risveglia sotto assedio silenzioso. San Diego è la città dei Crocodiles (live Roma 2009 – intervista Marco Rapisarda). Charles Rowelle e Brandon Welchez sono compagnucci da sempre. Suonano addirittura in un progetto deviato a nome Plot To Blow Up The Eiffel Tower, che riprendono e trasformano a loro immagine e somiglianza. Su disco l’idea è quella del riverbero. Di una stagione incancellabile. Dei fratelli Reid. Dal vivo è l’essenza garage rock a farla da padrone. Dopo il debutto ‘Summer Of Hate’ via Fat Possum l’atteso comeback ‘Sleep Forever’ ha sicuramente deluso le aspettative.

Mister Ariel Pink (all’anagrafe Ariel Marcus Rosenberg) buttato finalmente in pasto ad un pubblico non più di “settore”. Riferimento portato ad influenza dal floridiano Christopher Owens e dai suoi ormai ex-Girls. Un’infanzia a girare mano nella mano dell’allegra famigliola dedita al culto “children of god”. Sessualità promiscua, infedeltà e repressione. “You don’t really know what it’s like growing up in cult until you actually leave, because you don’t how to live any other way. It’s only when I think of my life now and think of it then that I can go, whoah, that really happened!”. Fa il pittore, conosce la bella Liza e forma i Curls, quindi sulla strada arriva Matt Fishbeck e gli Holy Shit! (è coinvolto lo stesso Ariel Pink) prima di fermare le smanie a San Francisco contro un ragazzo di Santa Cruz (JR White). La storia è nota. La Matador prende i Girls – e il loro sound “alterato” chimicamente dagli anni ’60 dei Beach Boys e da tutta una stagione segnatamente “space” – per convogliarli alla piccola sussidiaria True Panther Sounds. ‘Album’ esce nel 2009 ed è un piccolo caso anche grazie alla sapiente “regia” nel far circolare azzeccatissimi videoclip. Due anni dopo cercano di confermare il seguito con ‘Father, Son, Holy Ghost’. Lo stonatissimo Owens abbandona e debutta solista con il dispensabile ‘Lysandre’.

Jihae Simmons incontra il futuro marito Wallace Meek dei Bricolage mentre è la cantante degli scozzesi Royal We. Allo split di questi nel 2007 la coppia vola e si trasferisce a Los Angeles. Nascono The Champagne Socialists che copo un singolo su Slumberland (2009) cambiano fortunatamente nome in Neverever. Indie pop sulla falsariga delle precedenti avventure europee che giunge all’agognato debutto nel maggio 2010 con ‘Angelic Swells’.

San Francisco è la base de The Mantles. C’è il garage rock come manifesto personale ma c’è anche il periodo della California del Paisley Underground. C’è la Creation, c’è dunque tutto quel mondo. Esordio omonimo – dopo qualche “piccolo” singolo – che arriva nel 2009 via Stillbreeze Records. Sempre dalla stessa città ma sicuramente più validi sono i Brilliant Colors. Immersione totale nel Dunedin Sound. La Nuova Zelanda come approdo ideale. Dopo un 4tks per la Captured Records è stata la Slumberland a pubblicare il primo anemico full lenght ‘Again And Again’.

Torniamo a San Diego. Andiamo dai discussi/discutibili Wavves. Nathan Williams è uno slacker del cazzo. Indecifrabile, pasticcione, ex commesso al Music Trader, skateboarder malato, curatore di un blog di hip hop (Ghost Ramp), furioso e maniacale nel registrare ogni pezzo di nota con un vecchio registratore degli anni ’80. Ma soprattutto dedito alla diffusione della propria musica sul web. D.I.Y. allo stato puro. Poi a dare ordine ai giorni di Williams ci pensa la Fat Possum, che nel marzo 2009 riedita il debutto uscito su Woodist, ma aggiungendo al titolo una “v” in più. ‘Wavvves’, salutato dalla critica come chissà quale manna dal cielo, non si impone live per gli abituali stati mentali alterati dello stesso artista. ‘King Of The Beach’ ci ha detto se Williams ha messo la testa e le droghe apposto? Forse ancora no. Intanto sta per arrivare il nuovo album ‘Afraid Of Heights’.

Da un passato punk losangelino al solo project a bassa, bassissima fedeltà. Questo il viaggio personale di Travis Von Sydow e della sua creatura Ancient Crux. Un autore da “camera da letto”. Accostabile proprio alla produzione di Williams e della nostra eroina Dee Dee. Una sorta di novello Roy Orbison modernizzato. Un EP nel 2009 e qualcosa di nuovo in arrivo.

Gli ultimi in ordine cronologico ma soprattutto gli ultimi sospinti da un certo sconsiderato hype sono i Best Coast. Bethany Cosentino e Bobb Bruno. Da Los Angeles l’ennesima coppia (di fatto) artistica che irrompe sul proscenio con i favori di gran parte della critica indie. Soprattutto grazie ai primi EP e singoli che hanno anticipato il debutto ‘Crazy For You’ fuori il 27 luglio 2010 via Mexican Summer. Bethany Cosentino si fa conoscere su Myspace come Bethany Sharayah, quindi New York e la collaborazione con i Pocahaunted e nel 2009 il trasferimento a Los Angeles. L’incontro con Bruno e la realizzazione dei primi vagiti che si trasformeranno ben presto in una serie frastagliata di 7″, EP e singoletti. Qualcuno parla di anni ‘60 (quelli tremendamente surf pop dei Beach Boys) che si mescolano all’attitudine lo-fi contemporanea. Per altri si inseriscono nella scia di Vivian Girls, Dum Dum Girls e compagnia della grande mela. Intanto proseguono nella pubblicazione di split e sette pollici, si correlano a griffe modaiole, fino al secondo passo discografico ‘The Only Place’ pubblicato nel 2012.

Il 2013 ci propone fin da subito il signor Richie Follin (già nei Willowz), fratello di Madeline dei Cults, che agisce con lo pseudonimo Guards. Il patrigno è Paul Kostabi, fondatore di gruppetti niente male come Youth Gone Mad, White Zombie e Psychotica, fratello di Mark Kostabi disegnatore di celebri copertine come ‘Use Your Illusion’ ad esempio. Due anni dopo un manipolo di EP e 7″ il 5 febbraio il trio è pronto con ‘In Guards We Trust’ (ascolta), buon album di richiami ’60 con l’ispirazione tratta direttamente dal periodo iniziale, quello drogato per intenderci, Verve-Spiritualized.

[FUORI GIRO]

Fuori dall’asse Coast-to-Coast si devono per forza di cose inserire alcuni gruppi assimilabili a codesta nuova onda. I virginiani Surfer Blood (nati nel 2009) freschi di debutto ‘Astro Coast’, dallo stampo weezeriano e dalla cultura sonica (hanno diviso live guarda caso con i Japandroids); i texani adottivi Harlem (dall’Arizona) dediti al più classico del garage rock sixties, presi in scuderia dalla Matador e prodotti con l’album ‘Hippies’; ancora Virginia con gli Hot Lava (‘Lavalogy’ esce nel 2009 via Bar/None) e il sospinto dall’hype Jack Tatum aka Wild Nothing, che con ‘Gemini’ (via Captured Tracks) è diventato una delle più calde new sensation del genere anche grazie al recente ‘Nocturne’. E ancora i Tyvek che rappresentano la scena lo-fi di Detroit attesi entro la fine del 2010 con il secondo ‘Nothing Fits’ via In The Red, i new comer da Denver-Colorado Weed Diamond (già splittati con gli Ancient Crux) che per la Bridgetown Records editano ‘Carry On’ con il quale viene inclusa un’edizione rimasterizzata del primo lavoro di culto e fuori catalogo ‘Sweater Kids’ (che usciva per la Mirror Universe), e i freschissimi londinesi Male Bonding che la Domino ha già fatto rodare in USA accanto anche alle Vivian Girls. Prima di vedersi editare il debutto ‘Nothing Hurts’ dalla Sub Pop nel 2010 e in attesa di bissarlo con il nuovo ‘Endless Now’. Ultima annotazione di rilievo la meritano i Times New Viking. Columbus è nell’Ohio. La band si forma nel 2004. In tempi dunque non sospetti. C’è l’ombra lunghissima dei mai troppo celebrati Guided By Voices ma nella band, che nel frattempo passa dalla Stillbreeze alla Matador, c’è soprattutto l’estetica punk e le derive minamliste di un certo pop degli anni ’60. I primi due album appartengono alla prima label, poi nel 2008 la Matador rilascia ‘Rip It Off’ seguito da ‘Born Again Revisited’ e nell’anno in corso 2011 ecco il nuovo ‘Dancer Equired’. Senza dover aprire altri “fronti” che distoglierebbero l’attenzione da questo palleggio tra costa e costa, è bene ragguagliare sul fatto che esistono altri focolai che riguardano il nord Europa, la Svezia in particolare, con Liechtenstein, Sad Day For Puppets, Sambassadeur e Speedmarket Avenue (siamo però su territori molto più indie pop).

[NEW ENTRY]

Tra gli accodati dell’ultima ora da segnalare Alex Hungtai ovverosia Dirty Beaches, una delle sicure rivelazioni del 2011, candidato al Polaris Music Prize, canadese di residenza a Vancouver che ha girovagato tra Montreal, Toronto, Honolulu e Taiwan. Nel 2006 decide di lasciare l’ingombrante pseudonimo di Wong Kar-Wai per un più dolce Dirty Beaches con il quale ha debuttato via Zoo Music che ha dato alle stampe ‘Badlands’ (con in copertina un profilo avvolto dal fumo che ricorda tanto il Tricky di ‘Blowback’), un misto di sonorità Roy Orbison/Elvis/The Doors/Alan Vega-oriented, che sanno di affascinante già sentito, di trascinante “qualcosa mi fa ricordare”. Per il 2013 attesi ben due dischi.

Sacramento, ancora California, per i notevoli Ganglians (“pure naive headphone acid pop to drive to, at least that’s what was going through our heads”) al debutto nel 2009 sulla “specializzata” Woodist che pubblicava l’ottimamente accolto ‘Monster Head Room’, a cui stanno per dare seguito con ‘Still Living’ che esce in USA via Lefse e in Europa via Souterrain Transmissions. La band è stata “curata” in studio da Robby Moncrieff che aveva giocato un ruolo cardine per i The Dirty Projectors di ‘Bitte Orca’.

Da San Diego si dice un gran bene dei TV Girl (“Lo-fi bubblegum pop geared for the children of chillwave”) che fondono Wavves e The Strokes ma che con il loro secondo EP hanno subito destato l’attenzione avendo “rubato” senza permesso un sampler di ‘Hello It’s Me’ di Todd Rundgren per la title track ‘If You Want It’.

Decentrati eccome appaiono i Teens da Boise nell’Idaho formati appena nel 2010. Debutto omonimo per il trio americano a veleggiare tra evidenti richiami garage surf e di una psichedelia seminale come quella degli anni ’60 texani.

E a proposito di Texas da Austin mettono la testa fuori per l’italiana Hell, Yes! i Love Inks, guidati e sorretti dalla sussurrata voce dreamy di Sherry LeBlanc che “acccompagna” basso, chitarra e drum machine. ‘E.S.P.’ è il debutto uscito nella primavera 2011 che dovrà essere testato live nei prossimi mesi che li vedranno impegnati forse on the road.

Nato a San Diego ma residente ormai nella silente Boise nell’Idaho, zitto zitto da un paio d’anni si è tirato fuori per entrare “dentro” Trevor Powers aka Youth Lagoon. Malinconico pop a bassa fedeltà con un contratto in mano per la Fat Possum che lo ha fatto debuttare nel 2011 con ‘The Year Of Hibernation’ e bissare con il nuovo ‘Wondrous Bughouse’ pronto per il 5 marzo.

Più o meno contemporanei a Powers sono gli Howler di Minneapolis, quintetto voluto dalla passione di Jordan Gatesmith verso i Ramones e gli Strokes. EP di debutto nel 2011 e un demo spedito direttamente nelle mani del boss della Rough Trade, che rimasto entusiasta dei giovani, li fa esordire l’anno seguente con ‘America Give Up’.

Ultimi arrivati alla giostra lo-fi sono i due Ex-Cops, da una stanza di un appartamento di Bushwick a Brooklyn viene fuori l’alchimia che lega bene a quanto sembra l’ex-Hymns Brian Harding e la bella silfide Dan Shaprio. Subito fuori con l’EP ‘White Women’, line-up allargata a sei elementi (tra cui Amalie Bruun dei MINKS), e in studio per il primo album pronto a maggio. Lo-fi, beach pop con una punta di Bauhaus.

Il nostro viaggio, per il momento, si ferma qui. Dopo aver macinato chilometri da una costa all’altra. Dopo aver aperto finestre e chiuso portoni. Dopo, crediamo, aver fatto un po’ d’ordine in un fermento che si sta(va) evolvendo in maniera frenetica e scomposta. Tanto ancora dovrà arrivare. Tanto ancora ci sarà da analizzare. Ma il più è decisamente compiuto.

Emanuele Tamagnini

Nella foto: EX COPS by Max Flatow