C’mon Tigre @ Monk [Roma, 9/Marzo/2019]

955

Diciamocelo subito: i C’mon Tigre sono una delle migliori espressioni artistiche attualmente in circolazione. Si tratta di un collettivo multiculturale aperto, che ruota intorno a due misteriosi musicisti italiani. Il mistero è dato dalla volontà di non rivelare la propria identità, in modo da concentrare l’attenzione sul progetto in atto, piuttosto che sulle singole individualità. Loro si occupano di fissare le idee e le strutture dei brani grazie all’uso di alcuni strumenti vintage. Queste bozze vengono poi perfezionate e finalizzate grazie al contributo dei vari amici musicisti chiamati a collaborare. Un’idea in cui è forte il concetto di contaminazione e di libertà espressiva. Un’attitudine dall’ampio respiro internazionale. Musicalmente si parte dall’analisi dei suoni del loro amato Mediterraneo e ci si muove in un ipotetico giro del mondo, abbracciando stili e suggestioni differenti. A delineare i contorni del viaggio troviamo folk, afrobeat, ethno-jazz, indietronica, e soul, che si compie nell’uso di strumenti acustici ed elettrici, sintetizzatori, corde, percussioni, ottoni e voci filtrate dal talk box. Tutto viene destrutturato e amalgamato in un caleidoscopio meravigliosamente magnetico e malinconico, che genera un immaginario visivo, onirico e cinematografico dalla forte componente evocativa. Non a caso c’è stata una proficua collaborazione per l’artwork con fotografi, illustratori e artisti visivi multimediali. La loro musica è fatta di canzoni insolite e stravaganti, ma non limitate all’uso della pura astrazione sperimentale. Hanno realizzato due album notevoli. L’omonimo esordio del 2014 lasciò sbalordito più di qualche ascoltatore, mentre il recentissimo seguito “Racines”, uscito neanche un mese fa, è riuscito nell’intento di ampliare al meglio il discorso intrapreso con il precedente. I due depositari del marchio non hanno fretta, ma solo l’interesse e l’ambizione di creare un progetto avvincente e denso di significato. Tutto si basa su un’attenzione ai particolari di forma e contenuto abbastanza atipica per i nostri tempi.

La sala del Monk è gremita e l’impressione è che stasera con qualche concomitanza in meno altrove, ci sarebbe stato un bel sold out. Il gruppo sale sul palco alle 22:40. In quest’occasione ci sono sei musicisti: synth, sequencer e voce, chitarra e synth, batteria, vibrafono acustico e midi, tromba e sax baritono. Si parte sulle note di “Gran Torino”. L’approccio live mostra necessariamente più tiro e meno varietà rispetto a quello in studio. La cosa è evidente soprattutto nella parte ritmica, nel lavoro dei fiati e nella presenza di qualche suono sintetico in più. Si tratta comunque di sfumature, in quanto la sostanza non sembra soffrirne troppo. “Guide To Poison Tasting” mostra una parte elettronica finale più accentuata, esaltata anche dai meravigliosi effetti ottenuti dalle luci. Il suono all’ascolto è particolarmente buono ed equilibrato. “808” è il brano dedicato alla memoria di Enrico Fontanelli, uno dei numerosi collaboratori esterni della band. Le progressioni armoniche e ritmiche offrono una dinamica di alto spessore. “Behold The Man” è il singolo che gira intorno, forte di un groove sincopato e infetto in equilibrio tra funk e nu-soul, ma sempre nella caratteristica ottica del suono della band. Stesso discorso per la seguente “Paloma”, dall’anima grassa e suadente e da un solo di tromba dall’appeal irresistibile. La voce filtrata dal talk box ha un grande fascino e si insinua tra le pieghe dei pensieri prendendoli per mano. “Underground Lovers” è un manifesto di poliritmia electro funzionale e riassume i canoni stilistici peculiari della band. “Quantum Of The Air” ha una struttura coraggiosa, con il suo incipit di vibrafono e armonizzazioni vocali, prima che il beat della batteria prenda corpo in un andamento indolente e che coinvolga soprattutto nella bella coda finale. La band suona compatta e offre una cura e una pulizia di suono invidiabile. “Racines” riassume l’importanza dell’amore per l’Africa e l’influenza del suono che ne deriva: l’essenza del ritmo e delle soluzioni armoniche e melodiche. Una lunga e sfaccettata versione di “A World Of Wonder” alza ulteriormente il livello. Si tratta del primo ripescaggio dall’esordio e chiude egregiamente la prima parte, suscitando l’entusiasmo della sala. Ringraziano e vanno via tra gli applausi, ma senza aver detto neanche una parola. Il bis non si fa attendere e consiste in tre brani. Il primo è “Mono No Aware”, che dal vivo si scopre sontuoso nella propria solenne complessità formale. “Fan For A Twenty Years Old Human Being” ci riporta al primo disco e lo fa suscitando un profondo senso d’abbandono, cavalcando l’onda emozionale prodotta dal suono. “Federation Tunisienne De Football” è il brano più celebre della band e chiude egregiamente il cerchio. Viene proposto in una versione più veloce rispetto a quella in studio e contiene in chiusura un’ottima divagazione strumentale free form dal sapore orchestrale. 75 minuti di gran classe e pochi fronzoli. Big up!

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore