Club To Club @ Lingotto Fiere [Torino, 1-2/Novembre/2019]

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Il Club To Club è, ormai da diversi anni, uno degli eventi più attesi del cartellone festivaliero dell’autunno italiano. Pressoché unico nel suo genere nello Stivale, negli anni l’evento si è emancipato dalla quella natura “clubbing” che è valsa diversi paragoni con le serate berlinesi e ha trovato una nuova dimensione, più ampia, che delegittima di fatto qualsivoglia tentativo di chiusura all’interno di canoni musicali ben definiti. L’edizione 2019 – la prima per chi scrive – è stata la numero diciotto per un festival ormai garanzia di qualità, che negli ultimi anni ha ospitato artisti del calibro di Four Tet, Franco Battiato, Thom Yorke, Autechre, Kraftwerk e Aphex Twin. Anche quest’anno caratterizzato da un programma ampio e da eventi dislocati qua e là tra il Symposium Lobby nell’AC Hotel, le Officine Grandi Riparazioni OGR e Lingotto Fiere, con chiusura la domenica a Porta Palazzo e alla Reggia di Venaria, il Club To Club si è aperto con Slowthai, il DJ set quasi interamente dedicato all’ambient giapponese di Spencer D dei Visible Cloaks, la presentazione di “Proto”, il nuovo album di Holly Herndon, e con Rapala700 e Virginia W

Nei due giorni centrali, come sempre, il cuore del Club To Club pulsava a Lingotto Fiere, dove sono stati allestiti il Crack stage, all’ingresso del padiglione, e il palco Light Over Darkness, il cui nome rappresentava un recupero del concept dello scorso anno. In questa edizione si è assistito a una maggiore uniformazione della lineup, tradottasi poi nell’utilizzo di palchi (quasi) egualmente grandi – a voler essere pignoli, il Crack era di dimensioni appena inferiori – e sovrapposizioni nella tabella oraria, evitando di spostare tutta l’attenzione verso pochi nomi. L’operazione, probabilmente, non avrà messo d’accordo tutti, ma ha permesso di creare un sostanziale equilibrio che ha di fatto annullato il pericolo di momenti morti o fasi di stanca, offrendo serate dai ritmi serrati, intense e fisicamente impegnative, nella migliore accezione possibile. A inaugurare la serata sul palco principale, venerdì, è stato il synthpop canadese di Seth Nyquist aka MorMor, tornato in primavera con un EP – “Some Place Else” – che fa il paio con quello pubblicato lo scorso anno, mentre sul Crack, dopo Mana, è stata la volta dei 72-Hours Post Fight. Il collettivo meneghino ha debuttato quest’anno per La Tempesta, con una delle opere prime più interessanti della stagione musicale nostrana: jazz, post-jazz, tracce di soul e caligine elettronica per un’esperienza che anche in sede live sboccia e convince pienamente. Poco più avanti, la serata ha proposto una delle sovrapposizioni più difficili da dirimere: da un lato James Blake, l’act più atteso dell’intero festival per molti dei presenti, dall’altro le Let’s Eat Grandma. Se il primo non aveva convinto due anni fa all’Autodromo di Monza a poche ore dal concerto dei Radiohead, con l’attenuante del contesto decisamente poco adatto per il suo sound e delle difficoltà legate alle temperature tropicali di quella giornata, le Let’s Eat Grandma non avevano fatto meglio a Ypsigrock 2019, risultando fin troppo piatte, ma parzialmente giustificate dal momento infelice che stanno attraversando nella vita privata. La scelta è ricaduta su James Blake, che ha dedicato gran parte della scaletta al nuovo “Assume Form” e ha offerto una prestazione decisamente alla sua altezza, grazie anche a un’acustica segnalata – secondo molti – in netto miglioramento rispetto agli anni passati. Salvo qualche problema di eco sul fondo del padiglione grande – comunque comprensibile data la grandezza dello spazio – è stato possibile immergersi nelle atmosfere delicate e intime di Blake, fra ambientazioni notturne e timidi squarci di luce, fino alla dolcissima “Are You in Love?” chitarra e voce.

Dall’altra parte, il Crack Stage è stato il teatro dell’esibizione dei Battles. Ormai un duo dopo la defezione di Dave Konopka, Ian Williams e John Stanier hanno confermato le buonissime sensazioni di qualche mese fa a Grottaglie per il Cinzella Festival: il primo in sede live è chiamato agli straordinari, con chitarra, tastiera e basi, mentre Stanier ha conservato la sua precisione chirurgica già apprezzata in altre occasioni. Più sperimentali che math, non sono mancati i classici “Atlas” e “The Yabba” in una scaletta infarcita di brani estratti da “Juice B Crypts”, l’ultima fatica discografica degli americani. Massiccio, al termine del concerto dei Battles, l’esodo verso l’altro palco, dov’è andato in scena il set di Flume, fra i più belli del C2C 2019. In perenne equilibrio tra EDM e hip hop, l’artista australiano si è concesso anche qualche interessante divagazione, dalla black music all’electro-house, filtrando tutto attraverso il pop e tentando di coinvolgere continuamente il pubblico come nessun altro nel corso delle serate. Promosso a pieni voti Flume, il ritorno nei pressi del Crack Stage è stato caratterizzato da un cambio di genere quantomeno drastico, con il concerto di una delle band rivelazione di questo 2019: i Black Midi. Il quartetto londinese ha letteralmente sconvolto l’underground britannico con una mistura di post-punk, post-hardcore, math rock, noise rock e (post-)industrial e jazz, bollata più semplicemente come rock sperimentale, che però non appare sufficiente a raccontare una proposta musicale tanto complessa quanto autentica. Disarmanti la tecnica e la potenza dei musicisti, tra elucubrazioni prog, reminiscenze Gang Of Four e King Crimson, ma i volumi troppo alti non hanno permesso di scorgere tutte le sfumature di un sound così particolare. Il producer tedesco Skee Mask, con un lungo set in bilico tra techno e ambient, ha suggellato un’ottima prima serata.

Il sabato del Club To Club 2019 è iniziato con la sovrapposizione fra il duo meneghino Blinky, sul Crack Stage, e i Desire, fratelli minori dei Chromatics, sul Light Over Darkness. Abbiamo scelto i secondi – come gran parte dei presenti – quando l’affluenza era ancora modesta. Musicalmente vicini ai Chromatics, coi quali condividono due membri e l’etichetta, i Desire hanno un po’ diviso il pubblico: noi siamo fra quelli che hanno faticato a entusiasmarsi, giudicando l’esibizione un po’ scialba, ma a risollevare l’asticella, poco dopo, sono arrivati Ruth Radelet e soci. Accolta da una folla trepidante, la band di Portland ha portato sul palco quel synthpop leggero e trasognato, perennemente avvolto da atmosfere sospese. I suoni limpidi e i monumentali schermi alle spalle hanno fatto il resto, permettendo un’ottima fruizione dei quasi novanta minuti di live che si sono parzialmente sovrapposti anche al concerto di Kelsely Lu, nell’altro padiglione. A onor del vero, ci siamo rammaricati per non aver assistito all’esibizione dell’artista losangelina, ma le tabelle orarie impongono delle scelte e non condividiamo le critiche mosse in tal senso al Festival. Inoltre, l’attrazione magnetica esercitata da Ruth Radelet e un ispiratissimo Johnny Jewel, insieme a una scaletta che ha regalato in serie diversi classici estratti dai dischi precedenti all’ultimo “Closer To Grey” hanno limitato i rimpianti e legittimato il caloroso saluto tributato ai Chromatics a fine live. Sullo stesso palco, poco dopo, si sarebbero esibiti i Nu Guinea ma, nonostante il debole per i partenopei, abbiamo optato per l’ennesima tappa al Crack e per Helado Negro, uno dei nomi – per quanto ci riguarda – più attesi di questa edizione del Club To Club. Roberto Carlos Lange, cresciuto in Florida ma d’origine ecuadoriana, è un artista decisamente moderno, che coniuga un’anima da producer e quella, più appariscente, da cantautore. È autore di un synth-folk autentico, nel quale convivono le tradizionali sonorità latineggianti e gli sviluppi elettronici più moderni, perfetta rappresentazione dello spirito avant-pop di un intero Festival. Tutto ciò si è concretamente manifestato nell’oretta in sua compagnia, quella che ha preceduto il delirio della meravigliosa creatura di Shabaka Hutchings e del suo sax acrobatico: i Comet Is Coming. Il trio londinese ha mantenuto un ritmo francamente disumano per circa sessanta minuti, muovendosi agilmente, come di consueto, fra trame elettroniche fittissime che ammiccano alla techno, space rock e, inevitabilmente, anche free jazz, ma in un’atmosfera più da clubbing che in altre circostanze, come testimoniava un nostro vicino, che eroicamente ballava sul posto mentre puntava le sue stampelle verso l’alto. Augurandogli una pronta guarigione, scegliamo quest’immagine come emblema di un’esibizione pressoché impeccabile e perfettamente in linea con il contesto del Club To Club. Nell’attesa di Sophie, siamo riusciti a goderci qualche minuto di un Floating Points – non ce ne voglia, ma tra lui e i Comet Is Coming non abbiamo avuto molti dubbi – apparso comunque molto ispirato e di Issam, uno degli esponenti più autorevoli della scena arab (t)rap. Sophie, invece, ha incarnato nel migliore dei modi le nuove traiettorie del festival: meno techno e cassa dritta, più pop d’avanguardia e sperimentazione. Avvolta in uno splendido gioco di luci e laser, ha portato sul palco una grande quantità di inediti, mescolando schemi elettronici e danzerecci a ritmiche avveniristiche. Rapiti dal set della producer scozzese e superate le quattro di notte, abbiamo lasciato Lingotto Fiere e salutato il nostro primo happening torinese. Il Club To Club sta vivendo una fase di trasformazione: il festival insegue una vocazione più universale, che possa allinearlo ai maggiori appuntamenti europei, ma lo fa senza snaturarsi e conservando quell’estetica che lo rende ancora unico nel suo genere in Italia. Ed è in quest’ottica che vanno letti, probabilmente, i principali elementi di discontinuità col passato: qualcuno potrà storcere il naso, ma il Club To Club è destinato a rimanere un punto di riferimento per l’offerta italiana alla voce “festival”.

Piergiuseppe Lippolis

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