Cloud Nothings @ Monk [Roma, 15/Febbraio/2019]

324

E il concetto di semplicità. Spiegato così bene dai Cloud Nothings. Stralunata combriccola miope di nerd diventata ormai discograficamente abitudinaria, musicalmente metodica, seppur nelle vene scorra (per nostra fortuna) ancora sangue vivo. Sudore e furore. Gran figli degli anni ’90 questi quattro ragazzi della Forest City che a conti fatti raggiungono proprio di questi tempi i due lustri di carriera. Quale occasione migliore allora per volare in tour a supporto del recente quinto album ‘Last Building Burning’ (totale che esclude il disco joint venture con i Wavves, live, EP e vagonate di singoli a rimorchio) e fare tappa nell’anemica e vogliosa capitale? Semplice è anche l’idea musicale. Papà J. Mascis (Dylan Baldi è figlio assolutamente putativo), zio Cobain (le abrasioni sono totalmente made in Aberdeen), le ombre lunghe della seminale epopea kraut rock, con l’aggiunta della stereotipata immagine stropicciata indie/lo-fi e un assalto sonoro indiscutibilmente debitorio al post-hardcore. Se non fosse per quegli squarci teutonici potremmo parlare di una band americana al 100%. Fin nel midollo. Il tutto torna musicale (adoro) è allora più semplice di quanto non dicano tutte quelle parole e quelle etichette. Sarà anche per questa comprensibilità che la setlist è praticamente sempre la stessa: da ‘Leave Him Now’ fino a ‘Wasted Days’. Lineari, ordinati. Precisi ma impetuosi senza tregua, almeno nella prima parte quando come treni verso l’ultima stazione picchiano giù duro, (ri)creando una piccola apocalisse sonora che raggiunge l’apice nella già sottolineata parentesi strumentale tra motorik e noise. Poi esce fuori l’anima “college”, la melodia ciclostilata, l’indie chitarristico sparato a manetta, ripetitivo. Un punto in meno. Ma il finale finto-encore ce li riconsegna come dovrebbero e/o potrebbero sempre essere. Piegati sulle proprie scarpe (…!) tra fumi e luci disturbanti, tra bianco rumore e appunti “post”. Quasi fossero al crepuscolo degli Dei. Senza drammi però.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore.