Client @ Circolo degli Artisti [Roma, 8/Marzo/2006]

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Festa della donna … e mò che faccio stasera? Ah … posso guardarmi la partita del Milan in TV, grande idea … cazzo, sono le 22 e già sta umiliando il Bayern col risultato di 4-1 … cos’altro c’è in giro? Do un’occhiata alla pila di volantini sulla scrivania e ne trovo uno con la foto di tre belle tope che fanno electropop al Circolo degli Artisti. Vado. La curiosità è molta ma per soddisfarla bisognerà attraversare le esibizioni di Eliot Lipp e dei Redrum. Il primo, un giovane musicista elettronico proveniente da Tacoma (stato di Washington) dalla simpatica faccia da lattaio, sfodera una performance tra sequencer, mixer e synth divisa in 2 parti: nella prima, nonostante rari e brevi momenti in cui l’ascolto diventa impegnativo, preferisce buttarsi su un ballabile easy listening che non dispiace ma neanche entusiasma; nella seconda le sonorità virano su un lounge raffinato ma abbastanza noioso. La scelta dei suoni è comunque sempre ottima, la tecnica c’è, mancano i lampi di genio. I Redrum invece sono un gruppo romano fautore di un misto di ebm, synth pop e di truzz-truzz. I riferimenti principali sono i Depeche Mode, i Bluvertigo, Alberto Camerini e Gabry Ponte (burp). Si fanno notare più per la loro teatralità , il trucco, le cinte zebrate e le cravatte con paillette (a proposito, quella striscia rossa verso la punta non è che ci stava proprio bene) che per la musica. Se il cantante con bombetta non ci avesse detto che la loro vena ridicola è volontaria non lo avremmo mai notato. Potrebbero far molto meglio, con più coraggio e più padronanza nel far percepire la loro ironia (sempre che sia veramente voluta), d’altronde un paio di valide intuizioni di interessante pop cazzone ogni tanto sono pur affiorate da una techno beat abbastanza convenzionale.

Tutt’altra storia quando attaccano le Client. La definizione di electrosexy calza a pennello: il suono è caldo e sexy, la voce sensualissima e arrapante, il basso pulsa fin dentro le vene, loro sono decisamente bone. Vestite in un completino nero di pelle sembrano delle spie russe di stanza a Berlino. Dopo appena un paio di minuti mi sono innamorato di Sarah Blackwood, la bionda cantante che tiene il cavo del microfono come una frusta e ogni tanto spara dei sorrisi ingenui e sinceri che ucciderebbero un sicario. Kate Holmes smanetta alle macchine e la nuova arrivata Emily Mann (una frangetta alta 180 cm) massaggia il basso. Le melodie sono ottime (ma con quella voce potrebbe pure farmi i rutti in una scala atonale e rimarrei ugualmente estasiato), si balla, si sogna, ma non solo; rimaniamo infatti attanagliati dalla crudele sensualità e carnosità della loro musica, come se stessimo visionando fotogramma per fotogramma una pellicola di Cronenberg. ‘Client’, brano omonimo e loro manifesto programmatico, ne è l’esempio: ci mette in ginocchio, proprio come recita l testo, vittime di noi stessi e dei nostri indicibili desideri. La vittima diventa carnefice, il client diventa master. Piano piano però ci si riprende con la soavità di ‘Radio’ e l’allegria erotica di ‘Rock And Roll Machine’ ma si resta tuttavia ipnotizzati e impotenti, soverchiati come qualsiasi uomo viene normalmente soverchiato da una qualsiasi donna. In poche parole … a cazzo dritto! Come ormai è usanza, il concerto viene chiuso da una cover. Stavolta tocca ad una lussuriosa ‘Let’s Dance’, guarda caso brano del repertorio anni ’80 di uno dei personaggi più ambigui della storia del rock. Dopodichè Sarah se ne va lasciandomi col cuore infranto… e noi stiamo ancora a regalar loro mimose.

Daniele Gherardi

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