Client @ Circolo degli Artisti [Roma, 26/Aprile/2007]

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Condizioni climatiche. Tasso d’umidità vicino al 55%. Concentrazione di giovane testosterone latino pari al 96%. Cellule di Leydig in agitazione presenti nei testicoli dei suddetti intorno al 99%. C’è dunque maggiore presenza maschile rispetto a quella (timida) femminile.

A quasi un anno esatto dalla loro apparizione romana ecco di nuovo tornare sul palco del Circolo degli Artisti le inglesi di Rotherham (nel South Yorkshire). Che tradotto in termini geograficamente comprensibili significa a poca distanza dalla grigia ed industriale Sheffield. Che tradotto in termini musicalmente comprensibili significa essere cresciuti nella culla del synth pop. Tra giochini elettronici e algidi pupazzi androgini. Tra l’inarrivabile chimera chiamata Kraftwerk e la trasmutazione britannica operata con successo da Human League, Cabaret Voltaire, ABC e Heaven 17. Un bel quadretto nostalgia non c’è che dire. Ma la realtà delle tre impacciate Client è un’altra. E va ricercata dentro uno studio. Le Client sono infatti un autentico prototipo del marketing musicale. Un prodotto nato a tavolino. Kate Holmes (guarda caso mogliettina di Alan McGee), Sarah Blackwood e Emily Mann (che arriva dal reality show “Make Me A Supermodel”) rappresentano il rovescio (ammaccato) della medaglia dei nostri tempi. Che sono cambiati. Che sono in continuo movimento. Pensare che il synth pop (e ancor peggio il new romantic) – dalla sua esplosione fino a ieri (l’altro) – sia sempre stato denigrato e visto come sottogenere di una sottocultura plasticata fa venire l’orticaria a macchia e correre la diarrea in corsia preferenziale. Oggi invece quegli stessi puristi (figli dell’inteligencia suprema) sbavano, applaudono e strizzano l’occhio di fronte all’emblema del nulla. L’esibizione delle Client, a supporto del terzo album “Heartland”, è stata una delle più scarse alle quali io abbia mai assistito negli ultimi anni. Giudizio che nasce da una serena critica oggettiva. Senza pregiudizi e senza premeditazioni. Senza che avessi riposto in questo concerto chissà quali aspettative. Dunque quello che si chiedeva alle ragazze vestite come hostess scandinave era solo divertimento. Solo un po’ di abilità nel poter ricreare i suoni (non ricreabili comunque) iper prodotti incisi sui loro dischi ottici. Tutto questo è mancato. Quando nel 1980 la diaspora in seno agli Human League fece risorgere il progetto con le giovani Susanne Sulley e Joanne Catherall (a mio avviso le vere ispiratrici delle “originali” Client) si pensò ad una fine prematura della band che invece non avvenne ma anzi proiettò gli HL in vetta alle classifiche. Il paragone dunque non regge. Neanche trovando ideali punti di contatto. Tanto è l’abisso qualitativo che divide quel periodo fondamentale da questo patinato e pieno di deleterio hype. Funzionano giusto i singoli più noti. Su tutti “Price Of Love” e la chiusura destinata a “Drive”. Ma seppur carine nei modi, simpatiche nel complesso, non c’è nulla che rimanga nella testa. Figuriamoci nel cuore. Incomprensibile infine risulta essere il quarto membro (un chitarrista che non si vede e non si sente!) ed i soliti fumatori minotauri (corpo di uomo e testa di cazzo) anche oltre il divieto. Il lato più regressivo della musica del nuovo millennio. E adesso basta con l’elettropop!

Emanuele Tamagnini

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