Clap Your Hands Say Yeah @ Monk [Roma, 8/Settembre/2017]

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Indie rock evocativo e autoreferenziale. Questo è più meno quello in cui si sono sempre distinti i Clap Your Hands Say Yeah, dai tempi del loro acclamato esordio omonimo del 2005 fino alla pubblicazione di “The Tourist” all’inizio di quest’anno. Nel frattempo il quintetto del Massachusetts, ma di adozione newyorkese, si è  sgretolato progressivamente intorno alla figura del leader Alec Ounsworth subito dopo l’uscita del terzo disco. Mi capitò di vederli dal vivo nel pieno della loro popolarità e fu un bel concerto. Era il 2007 a Firenze in occasione della prima edizione di Italia Wave, durante la promozione del loro secondo album “Some Loud Thunder”. Il singolo che lo trainava “Satan Said Dance” imperversava nella playlist di RCF dell’epoca, così come in precedenza accadde per i due brani di punta del primo disco, “The Skin of My Yellow Country Teeth” e “Over and Over Again (Lost and Found)”. La loro forza era la voce che faceva smaccatamente il verso a David Byrne, ma in maniera più sguaiata, associata ai ritmi e al clamore indie oriented di quel periodo, a una spruzzata di Tom Verlaine ed una buona vena pop. Si affermarono nel web attraverso il circuito dei blog musicali statunitensi e nell’etere grazie al sostegno delle collage radio americane, conquistandosi spazio e gratificazione anche nelle riviste internazionali di settore più importanti. Tutto ciò è scemato abbastanza velocemente in occasione del terzo disco “Hysterical” nel 2011, già preceduto da voci di scioglimento. La situazione portò alla disgregazione di cui ho accennato. Oblio a cui Ounsworth reagisce con la pubblicazione autoprodotta di “Only Run” nel 2014, accompagnato soltanto dal batterista originale. In occasione dell’ultimo album è rimasto il solo depositario del nome, nonché unico autore ed esecutore integrale delle composizioni. Tra queste ce ne sono almeno tre o quattro niente male.

Dieci minuti dopo le ventitrè i CYHSY salgono sul palco. Oltre al leader alla chitarra e alla voce, ci sono tre musicisti più giovani di Philadelphia: un bassista occasionalmente al synth, un secondo chitarrista all’occorrenza tastierista e un batterista. La sala del Monk è particolarmente gremita, tra fan, curiosi e chi magari sta cercando semplicemente l’effetto back in the days. La band ha una gran bell’amalgama ed il suono risulta molto compatto. Ounsworth è in buona forma vocale e nel brano in cui non imbraccia la chitarra, si atteggia quasi a crooner, godendosi il contatto dei fan della prima fila. I quattro si divertono molto a suonare insieme e si vede. Si scambiano sguardi e sorrisi nelle varie digressioni in cui le chitarre si rincorrono e le ritmiche si incastrano. L’America traspare in tutte le sue sfumature: ballate, psichedelia, blues, pop, funk, r’n’b e non poche distorsioni. La scaletta è varia e risulta abbastanza godibile. Qualcosa manca all’appello, altro forse sarebbe stato meglio trascurarlo. Il nuovo disco è rappresentato con cinque estratti: “The Pilot”, “Down”, “Fireproof”, “Chance to Cure” e “Better Off”. Il secondo da “Some Loud Thunder” e “Yankee Go Home”. Il terzo da “Ketamine and Ecstasy”, mentre il quarto da “Coming Down” e da “As Always”, a cui è stata affidata l’apertura della serata. L’esordio è ben presente con cinque brani. Verso la metà del concerto “Over and Over Again” viene accolta con particolare entusiasmo dal pubblico, come precedentemente era accaduto per “Is This love?” e successivamente sarà per “The Skin of My Yellow Country Teeth”. Gli altri due sono “In This Home on Ice” e “Upon This Tidal Wave of Young Blood”, con cui chiudono la prima parte. Rientreranno per eseguire due bis. Il primo è una bella versione di “Same Mistake” (da “Hysterical”) e l’altro un’esecuzione muscolare di “Heavy Metal” (ancora tratta dall’esordio), con cui terminano di slancio dopo settantacinque minuti di concerto. Le strutture di alcuni brani hanno resistito abbastanza bene al tempo, altre forse avrebbero potuto invecchiare meglio. In definitiva abbiamo assistito ad una performance davvero molto dignitosa, ma purtroppo senza registrare grandi picchi.

 Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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