Clan Of Xymox @ Zoobar [Roma, 8/Dicembre/2005]

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Sarò vestito sufficientemente scuro per passare inosservato? Dannazione, perchè cavolo mi sono messo questo giubbotto beige, che qui fuori a far la fila sono l’unico a non avercelo nero? Merda, un po’ di gel potevo pure mettermelo sui capelli che così pettinato sembro Tin Tin ….. Questi ed altri i miei pensieri all’ingresso dello Zoobar per il concerto del gruppo dark-wave olandese dei Clan Of Xymox. Poi per fortuna una volta dentro ho visto che, a parte qualche estremista del look, l’abbigliamento in genere era abbastanza sobrio. Sopravvalutati per alcuni, sottovalutati per altri, la verità in questo caso sta più nel centro-sinistra. Se è vero che i CoX sono stati penalizzati per avere iniziato la loro carriera quando la scena goth (perlomeno quella più visibile) era in fase calante, è altrettanto vero che non hanno aggiunto niente di nuovo a quello che questo movimento aveva già detto. E il fatto che vengano spesso paragonati a turno a gruppi come Joy Division, Cure, Sisters of Mercy, Modern English, Bauhaus e anche Dead Can Dance (con i quali hanno iniziato la loro carriera suonando come gruppo spalla e con i quali condividevano la celebre etichetta 4AD) è abbastanza sintomatico di questa scarsa (se non assente) originalità. Ma non è necessario che un gruppo si inventi per forza qualcosa di nuovo per essere considerato dignitoso, a volte può essere sufficiente avere dei buoni pezzi. E da questo punto di vista i CoX hanno diverse frecce al loro arco. Peccato che le faretre in cui sono contenute siano, per chi scrive, quasi esclusivamente i primi due album: il debutto omonimo dell’85 e ‘Medusa’ dell’86. Impressione confermata anche dal concerto.

Concerto aperto dai nostrani Lost Reality, di cui la cosa che mi è rimasta più impressa non me la ricordo più. E’ ormai mezzanotte e quaranta quando attaccano i Clan of Xymox (come se alle 23 non facesse abbastanza buio per il popolo delle tenebre) e il concerto finirà alle 2 inoltrate, francamente troppo tardi per chi, come me, non ha approfittato del ponte di Imma e Colata. Ronny Moorings, mente del gruppo, si presenta con altri tre musicisti sul palco (due discrete donnine al basso e ai synth e un chitarrista). Anche la sua acconciatura pecca di scarsa originalità, probabilmente si serve ancora dallo stesso parrucchiere di Ian McCulloch, cantante degli Echo & The Bunnymen. L’impatto sonoro è molto buono, una batteria elettronica cadenzata è la base per tenui giri di basso, qualche riff parsimonioso di chitarra e synth dominante; la voce baritonale di Moorings ne emerge appena. Ritmi ballabili durante quasi tutto il set e il pubblico (sala semipiena) sembra apprezzare ciondolando la testa. Purtroppo solo i vecchi pezzi possiedono quel fascino genuino dell’epoca: tra i brani veramente convincenti citiamo la splendida ‘A Day’ (uno dei migliori brani scritti in quegli anni), ‘Muscoviet Mosquito’ e ‘Louise’. E’ solo durante la loro esecuzione che riescono a far vibrare le corde a chi quell’epoca un poco l’ha vissuta. Gli altri brani purtroppo peccano nella resa di atmosfera, mancano di carisma. Ed è un vero peccato che abbiano suonato pochissimo dall’album ‘Medusa’ (forse il loro album più debitore ai Dead Can Dance, quello che più degli altri è in grado di pietrificarti il cuore): una ‘After The Call’ e una ‘Medusa’ avrebbero aiutato a spezzare la monotonia e a trasportarci verso quei lidi oscuri, tenebrosi dai quali l’anima è irresistibilmente attratta. Perchè dentro in realtà siamo tutti un po’ neri … e i miei polmoni lo sanno.

Daniele Gherardi

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