Civil Civic + Molotoy @ Init [Roma, 18/Giugno/2013]

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All’interno della rassegna Pigneto Spazio Aperto (che paradossalmente è ancora momentaneamente al “chiuso”), e in collaborazione con Ausgang Estate, tornano, a distanza di un anno, i due scapestrati expats australiani (ma ormai adottati dal vecchio-continente) Civil Civic. Sono in pieno tour europeo contraddistinto da 25 date in 30 giorni. Un giro della morte tutto d’un fiato esattamente come la loro musica tirata, rutilante ed enfaticamente coinvolgente incisa sull’unico disco lungo fin qui prodotto: il rimorchio è dunque ancora il debutto ‘Rules’. “A melody-driven collection of instrumental tracks” che la strana coppia Aaron Cupples e Ben Green ha saputo divulgare, spalmare, declamare, praticare con estremo talento e mestiere, frullando il tutto con attitudine DIY, a cavallo di una drum machine sincopata, di un’eco post-punk-wave patologica, di una voluta patina a bassa fedeltà, con accezione noise per un incesto riuscito tra uomo e macchina. La distanza tra Barcellona e Londra è annullata (leggenda vuole che i due vivano separati in queste due città) e questa sera proveranno nuovamente ad unire i puntini che legano il loro essere cittadini del mondo alla nostra eterna città, sempre più inginocchiata e culturalmente compassata.

Fin qui la premessa. Che viene fatta in parte “crollare” da due fattori essenziali: I Civil Civic annoiano per quasi tutta l’esibizione, i Molotoy confermano la loro straordinaria efficacia, il loro innegabile talento per intiero. Ma andiamo per ordine. Il quartetto romano, precedentemente conosciuto come Low Cost, presenta i brani dell’esordio (‘The Low Cost Experience’) uscito a fine 2012 via Modern Life. Agiscono in penombra, con le luci basse delle immagini verdognole proiettate alle loro spalle, mai ecessive, mai invadenti, mai dimostrazione di enfasi visuale a tutti i costi. L’altra luce è quella intermittente delle asticelle poste come al solito a recintare il loro raggio d’azione. Suggestioni e reiterazioni strumentali, l’evoluzione vitale del moribondo post-rock, trova con i ragazzi capitolini la sua massima espressione. Perchè Molotoy non è un cane che si morde la coda, un labirinto senza uscita, un guardarsi allo specchio senza espressione alcuna. Molotoy è potenza, molta potenza, rigore, pulizia sonora e soprattutto tanta emozione. Imponenti, statuari a tratti, robotici nel filtraggio daftpunkiano di ‘We Are The Volvo’ (potrebbe essere una strada futura da battere), certamente “post”, ma variegati e mai seduti a rimirar il proprio ego.

La serata è fresca ma appiccicosa come un rotolo di nastro isolante lasciato ad abbronzarsi sotto la canicola. Il giardino dell’Init è riempito da conventicole e odori alla brace. Vociare spensierato e poca attesa prima che i due CC facciano capolino su un palco spoglio perchè occupato dalle loro sagome al buio e dalla fedele macchina drum un po’ di tutto. Problemino iniziale a parte (le casse spia fanno le bizze, evidentemente accaldate e poco propense a lavorare di 17 giugno), i due fin da subito evidenziano una certa macchinosità nel delineare gli scenari adatti per introdurre i brani. In poche parole i Civil Civic sono abbastanza grezzi, un pochino grossolani, maltagliati, non regolari nel costruire trame avvolgenti che possano rivelarsi ideale rampa di lancio per far esplodere il resto dei pezzi (e far esplodere di conseguenza i convenuti). Ben Green è il prototipo del bassista virtuoso. Strumento in posizione ascellare e movenze dinoccolate quasi a ricordare il gigante Billy Sheehan (per la cronaca, Mr. Big a parte, tornato ad aprile con il nuovo album dei Niacin), con quel modo di fare perno su una gamba per roteare e scivolare, danzando, praticamente ad ogni nota prodotta. L’altro invece è all’esatto opposto. Chitarra inguinale in stato punkoide con chiusura a guscio decisamente shoegaze. Una discreta e felice amalgama che, però, come dicevamo pocanzi, non “parte” mai, la miccia non viene mai accesa, perchè i Civil Civic tendono quasi sempre ad incartarsi, non riuscendo a (ri)creare quell’atmosfera che invece su disco si staglia come “differenza”. Il pubblico è tiepido. E solo quando verso il finale piazzano quei due “singoli”, risponderà con estremo gaudio, in una sorta di urlo e pogo liberatorio. ‘Airspray’ e ‘Run Overdrive’ sono di fatto due brani synthwave. Il primo dalla forte connotazione “pop”, il secondo dall’altrettanto forte connotazione indie (quel giro melodico può far ricordare gli anni ’90 dei Lapse, ad esempio, e solo per esempio). Il passo cambia. Il duo sembra un altro duo. Le controfigure han lasciato il posto ai protagonisti. Che sia questa la loro esatta natura? Probabilmente si. Senza abbandonarsi ad architetture impossibili se misurate al talento, nel tempo che verrà la chitarra potrebbe avere un ruolo (quasi) marginale, chissà. Il voto finale che portano a casa è un’incoraggiante sufficienza stiracchiata, come quella con la quale il mio professore di tecnologia delle costruzioni amava griffare il suo registro alla voce Tamagnini. Perchè, in fondo, io, a quell’epoca non avevo nessuna aspirazione a “costruire” qualcosa più grande di me. Al contrario di questi due simpatici espatriati australiani.

Emanuele Tamagnini

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