Chk Chk Chk @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Marzo/2007]

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[Scenografia]
Probabilmente lo sapevano tutti. Che un tranquillo giovedì di marzo si sarebbe trasformato ben presto in un’orgia di ritmo e sudore. Pubblico delle grandi occasioni. Dentro il quale si annidano focolai di becerume vario, timide bambine di (im) probabili quartieri alti, alticci molestatori e i soliti fumatori minotauri “oltre il divieto” ovverosia con il corpo da uomo e la testa di cazzo. Ma soprattutto ci sono tutti quelli che il 28 settembre del 2004 erano al Brancaleone per assistere alla “prima” romana del più grande “collettivo” attualmente in circolazione. Se quella performance poteva essere archiviata come trascinante ma altresì scollacciata questa odierna ha rivelato l’esatta statura dell’ottetto americano. Che è ormai divenuta di taglia gigante. La chiusura anticipata del progetto parallelo Out Hud (arrivato al Circolo nel maggio del 2005 e che vedeva coinvolti il cantante Nic Offer, Tyler Pope e il bassista Justin Van Der Volgen in quell’occasione addetto al mixer) ha contribuito, evidentemente, al sound del terzo lavoro “Myth Takes”. Meno istinto punk funk e più concessione alla dance (appunto) che si fa però apprezzare ascolto dopo ascolto.

[Il sangue]
Quando il locale è pieno zeppo e la temperatura pari a quella di un altoforno industriale entrano alla spicciolata gli otto multistrumentisti con base a Brooklyn (l’origine però è da ricercarsi nella California della tranquilla Sacramento). I !!! sono brutti. Non se ne salva uno. Perchè Nic Offer mostra una paciosa pancetta, il batterista Jerry Fuchs (ultimo entrato, ed ex The Juan Maclean) è miope come una talpa e lo dimostrerà durante il concerto quando cadrà nel dramma dopo aver perduto gli occhiali, il bassista e produttore di “Myth Takes” Justin Van Der Volgen sembra il fratello di Devendra Banhart, Tyler Pope suona la chitarra scalzo ed ha un invidiabile ciuffo shoegaze, John Pugh – che divide la voce con Offer e sfoggia una maglietta nera di “Raw Power” – somiglia al nostro pigmalione Napoleon Dynamite, l’altro chitarrista Mario Andreoni di chiara radice italiana ha la faccia da pizzaiolo di Little Italy, il piccolo Allan Wilson invece una crestina frou frou che abbina a pantaloni tirati su fino al ginocchio portati con disinvoltura senza scarpe, mentre l’altro tuttofare Dan Gorman è il classico uomo qualunque. Ma sono solo dettagli di colore. Del nostro consueto folklore. Il nodo cruciale rimane la musica. Che ha un impatto spaventoso. Che è straordinariamente coinvolgente. Nel modo in cui frulla e trita il punk funk puro della New York dei primissimi anni 80 cospargendo il tutto di sincopatie care al versante britannico di quello stesso periodo. I !!! sono nati ascoltando l’essenzialità del genere per mano dei Liquid Liquid, la poliritmia percussiva delle ESG, l’ispanica concessione al dancefloor dei Konk, i fenomenali Gang Of Four e il talento forse sempre troppo poco espresso degli A Certain Ratio. La grandezza sta dunque nel fatto di aver saputo controllare e dosare le influenze. E questa sera tutto questo è udibile confezionato in un blister di decibel e ossessione. Di danza e percussione. All’origine del suono. I movimenti di Nic Offer sono la parte più calamitante dello show. Il ballo da “pinguino” e la gestualità degli arti superiori è semplicemente irrinunciabile. Ma il segreto dei Chk Chk Chk è contenuto soprattutto nella capacità di trasformare un semplice concerto in un autentico rito sciamanico. In un’orgia di iniziazione. Dove tutti (ma proprio tutti) devono muoversi. Dove i freni inibitori hanno licenza di scatenarsi. Pugh è l’uomo in più. Si dimena, fa flessioni, scende tra il pubblico un paio di volte, parla un’incomprensibile idioma e spalleggia Offer che dispensa sorrisi, sudore ed energia contagiosa. E’ il collettivo per eccellenza, non ce ne vogliano gli amanti degli altri gruppi “numerosi” e “intercambiabili”, ma qui siamo su un’altra frequenza. Difficile, infatti, trovare oggi un altro ensemble-live così sgargiante, irrefrenabile, vigoroso. La chiusura (undici i brani proposti) è destinata all’apocalittica “Intensify” (ripresa dal debutto) che trasforma la serata in un (new) rave ad alta densità motoria. Non escono per un bis (stremati oltre modo) al quale pensa però il solo Tyler Pope che delizia i festanti con qualche minuto di effettistica a pedali e sei corde. Gli unici veri, autentici, assoluti eredi del sound punk funk. E buonanotte ai suonatori.

Emanuele Tamagnini

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