Cinema Strange @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Febbraio/2007]

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Il gotha del goth è accorso all’appuntamento.
Purtoppo io arrivo in ritardo. La performance degli Echoes Of Silence si avvia alla sua conclusione, quando entro al Circolo. Ma, ma sono solo le undici meno un quarto! La vestizione per questo evento ha necessitato di tempo e dedizione, che diamine! E va bene… cerco di godermi il godibile da questi ultimi due pezzi che mi restano da ascoltare e da vedere: gli Echoes non smentiscono la loro discendenza dal post punk può oscuro e doloroso, la performance è asciutta, senza fronzoli ma decisamente efficace. Il suono di chitarra di Paolo Maccaroni è degno del miglior Bernard Sumner, i riff sono tiratissimi ed incalzanti. La voce di Carlo Cassaro monocorde e straniante recita testi dalle parole dirette e taglienti come rasoiate esistenziali. La batteria è suonata magistralmente da Andrea Iacobelli, ha un tiro micidiale, in perfetto stile post punk. Peccato che non si senta come dovrebbe. E non si sente nemmeno il basso di Gian Paolo Cesarini. Mhhh, qualcosa non quadra… e difatti, “dietro le quinte” Gian Paolo mi rivela che ci sono stati problemi con il jack… peccato. E poi, proprio solo negli ultimi due pezzi: sfiga. Ma per i volumi della batteria sinceramente non ci sono scusanti: il problema è sempre il solito… e ci siamo capiti.

Salgono dopo qualche minuto sul palco i Bohemien, storica formazione romana dalla meritatissima fama. L’esperienza si vede eccome, non c’è che dire. Alex Buccini è in piena forma: straordinaria voce, possiede il palco con l’ironia raffinata che gli è peculiare. Ottime equalizzazioni degli strumenti, ottimo bilanciamento dei volumi: la chitarra di Luciano Liberatore riempie l’aria, disegna stupende linee melodiche che si intrecciano alla perfezione con le linee di canto di Alex: imparare la classe, imparare. Fanno da puntuale e preciso accompagnamento il basso di Giovanni Staccone e la tastieria di Alessandra Romeo. Il pubblico è realmente coinvolto. Ottima performance, come ci si aspettava. E come mi aspettavo anch’io, in definitiva, anche se da buona archeologa della dark wave continuo a preferire i Bohemien di “Sangue E Arena”, quelli che non torneranno mai più, putroppo, e che mi riservo di incontrare nelle mie solitudini, come è giusto che sia.

Escono dal baulle della soffitta, quello pieno di cianfrusaglie, vecchi vestiti, cineserie e oggetti belli quanto inquietanti i Cinema Strange, nella formazione originaria a tre, ossia Lucas (Zampano) Lanthier alla voce, Michael (Lafitte) Ribiat alla chitarra e Daniel (Yellow) Ribiat al basso. Mik, con una capigliatura a ciocche lilla e kimono bianco su camicia e cravatta neri; Daniel che mi ricorda come non mai Guggi dei Virgin Prunes con i suoi capelli biondi, il trucco tribale e un vestito dalle linee femminili nero e che inizia il concerto con un ventaglio cinese che gli copre metà del volto; Lucas vestito da divo del cinema muto o del Vaudeville, con un’improbabile parrucca bionda in testa, che sarà il vero e proprio quarto elemento scenico della performance. Inizia ex abrupto la loro narrazione sonora: sì, perchè di narrazione si tratta. La loro musica è un procedere dinamico di scena in scena, di movimento in movimento, come la colonna sonora ideale per una favola orrorifica e tenera allo stesso tempo, come sono daltronde tutte le vecchie favole. La loro bravura tecnica nel dipingere questi atti della narrazione è veramente ammirabile: ritmi in continua mutazione, il suono inconfondibile di Mik, il basso galoppante e scurissimo di Daniel. Lascio uno spazio particolare per Lucas Lanthier e per la sua performance magistrale: ha disegnato una vera e propria ambientazione con i suoi gesti e con il suo modo di cantare e di colpo ci ritroviamo in un film di Buster Keaton, in cui la pellicola scorre ancora a sedici fotogrammi al minuto e i movimenti degli attori sono affettati, innaturalmente drammatici. La voce è quella dei migliori cantanti del musical hollywoodiano, anche pezzi più vecchi, come “Moundshround”, vengono reinterpretati con questa enfasi grottesca, quasi isterica. Lanthier gioca con la parrucca bionda, un feticcio a volte buffo e a volte inquietante, la toglie e la mette fingendo parti maschili e femminili della narrazione, la corteggia come fosse la sua donna, la coccola come un cagnolino, addirittura la allatta con un biberon, durante un pezzo estramamente toccante in cui Daniel suona l’arpa elettrica.

Una favola assurda, oscura e multicolore allo stesso tempo, che ci ha rapito e portato in una dimensione diversa per circa… quant’è durato il concerto? Non lo so. Segno che i Cinema Strange sono riusciti a catturare totalmente la mia attenzione e quella del gotha del goth romano. Buona notte!

Simona Ferrucci

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