Church Of Misery @ Init [Roma, 5/Febbraio/2014]

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Confesso che non mi sarei aspettato di vedere così tante persone all’Init per il concerto di stasera, complice anche la pioggia incessante. Invece, mi son ritrovato in un locale pieno (tempo di far finire la partita di coppa Italia della Roma?), tra nuvole di fumo, giacche di pelle, stivali, lunghe chiome e lo spirito di Lemmy Kilminster a campeggiare su tutto e su un buon numero di t-shirt. Arrivo che i romani Black Rainbows pestano già e contribuiscono a riscaldare l’atmosfera con il loro buon misto di stoner e hard rock, sono ormai una garanzia e ribeccarli per l’occasione è un piacere. Pochi minuti prima della mezzanotte tocca al quartetto di freak nipponici: la mia personale teoria è che i musicisti di quelle parti siano dotati di una percentuale di follia visionaria nettamente superiore alla media e i Church Of Misery non fanno eccezione. A pelle, fanno simpatia immediata: il cantante Hideki è la copia giapponese di Russell Hammond (il cantante degli Stillwater, la band di “Almost Famous”, ci mancherai tantissimo Philip Seymour Hoffmann) e si rivelerà frontman assolutamente magnetico e animale, il chitarrista indossa una camicia forse presa da una svendita di abbigliamento per rodeo, il bassista Tatsu Mikami ha una tracolla lunghissima e conseguentemente suona praticamente sul manico, come ho visto fare solo a un’altra giapponese, Rika delle Melt Banana (che tornano in concerto a maggio, non perdetevele!), il batterista, mi scuserete, non l’ho praticamente visto -ovviamente si è fatto sentire eccome. Le pose sono proprio quelle che ci si aspettano a un concerto del genere, con l’aggiunta di qualche classico inchino: corna su, headbanging, capelloni svolazzanti, bicchieri di birra in alto. E la proposta musicale è devastante: se i numi tutelari restano sicuramente i Black Sabbath, i Church Of Misery hanno ulteriormente affilato le armi e il recente ‘The Kingdom Scum’ (miglior disco del 2013 per Japan Times) alza ancora l’asticella delle loro capacità compositive, dal vivo la band incendia principalmente con le sfuriate doom piene di riff bluesy furiosi e reiterati supportati da un basso sludge, vorticosi assolo in wah wah su Flying V e voce declamante spesso con un cavernoso growl mentre a rendere il loro set più affascinante, equilibrato e trippy sono gli intermezzi più marcatamente psych, con il minisynth in evidenza. Dall’ultimo disco però viene tratta la sola, pur monumentale ‘Brother Bishop’ mentre da k.o. è stata ‘Killfornia’, “dedicate” rispettivamente a Gary Heidnik e Ed Kemper (praticamente ogni brano della band tratta di serial killer). Un’ora abbondante dura e folle, con sonorità probabilmente già sentite ma presentate con un’aggressività e un’onestà inappuntabili. Il Giappone non delude e il buon Ozzy sarebbe sicuramente contento e orgoglioso dei suoi “nipoti” samurai.

Piero Apruzzese

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